domingo, 23 de noviembre de 2025

ANNE WALDMAN (AUTOR) OUTRIDER: ESSAYS, POEMS, INTERVIEWS

Anne Waldman has been speaking about the 'outrider' tradition since 1974 when she and Allen Ginsberg founded the Jack Kerouac School of Disembodied Poetics at Naropa, a Buddhist-inspired university in Boulder, Colorado.


This book gathers essays, poems and rants, an interview with her by Matthew Cooperman, and an interview by her with Nicaraguan poet Ernesto Cardenal in an attempt to further articulate a sense of this tradition from Walt Whitman to the present.

 Not a dry presentation, this book is a fierce and loving look at what poetry can be. ""Outrider"" is an invocation of 'lineage' as a challenge toward examining the practice of poetry and the links of its history.

 This awareness of lineage encompasses both what has been inherited and what needs be passed on. Waldman's ""Outrider"" will be a provocative contribution to a post-millennium poetics.



ANNE WALDMAN: AN OUTRIDER'S POETRY & RESISTANCE | ANNE WALDMAN, JEFFREY PETHYBRIDGE, VALERIE HSIUNG

Award-winning poet and activist Anne Waldman’s life-work has intertwined poetry and activism intimately. With over sixty works to her name, Waldman revolutionizes form in her poetry even as her poems demand revolution in society. Waldman’s fierce championing of the “outriders” experimental poetry community has inspired her collection Outrider, a title that traces this tradition, and a documentary of the same name around her contributions to the community. In this session, Waldman, the “poet revolutionary, poet revelationary, poet evolutionary,” speaks of her avant-garde positions and poems with academic artist and poet Valerie Hsiung and poet and academic Jeffrey Pethybridge.

Anne Waldman is a poet, professor, performer, librettist, and cultural activist. She is the author of over 60 volumes of poetry, poetics, and anthologies including The Iovis Trilogy: Colors in The Mechanism of Concealment, which won the Pen Center Literary Prize. Penguin has published her books over many years, including Trickster Feminism, among five others. Her album SCIAMACHY was released in 2020 by Fast Speaking Music. She is most recently the author of Bard, Kinetic and co-editor with Emma Gomis of New Weathers: Poetics from the Naropa Archive. She is also the author of the recent book Rues du monde / Streets of the World, with translations into French by Pierre Joris and Nicole Peyrafitte. She has written an essay on the Beats and the founding of the Buddhist-inspired Naropa University, including notes and poems, titled Tendrel: A Meeting of Minds.

Jeffrey Pethybridge is a poet, curator, editor and sound artist. His first book Striven, The Bright Treatise was published in 2013, and his second collection Force Drift, is forthcoming. He teaches writing and poetics at Naropa University.

Valerie Hsiung is a poet, performer, and the author of eight collections of poetry and hybrid writing, including The Pedestrian, The Naif, and The Only Name We Can Call It Now Is Not Its Only Name. She teaches at Naropa’s Jack Kerouac School of Disembodied Poetics.

viernes, 21 de noviembre de 2025

DRACULA BANDE ANNONCE VF (2025) LUC BESSON. EXPOSITION ATTALA 1801. MAISON DE CHATEAUBRIAND..

 

DRACULA Bande Annonce VF (2025) Caleb Landry Jones, Christoph Waltz, Matilda De Angelis, Luc Besson



Atala, 1801. Voyage illustré au cœur d’un roman

VILLE E GIARDINI DI ROMA: UNA CORONA DI DELIZIE. MUSEO DI ROMA

21/11/2025 - 12/04/2026

L’evoluzione artistica dei giardini storici romani dal Rinascimento al Novecento in 190 opere, dipinti e vedute.

La mostra ripercorre, per la prima volta in maniera così ampia, lo sviluppo dei giardini di Roma nell’immaginario pittorico dal Cinquecento alla seconda metà del XX secolo.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, l’esposizione si inserisce in un più ampio e complesso programma di valorizzazione del patrimonio dei giardini storici romani.

 La mostra, curata da Alberta Campitelli, Alessandro Cremona, Federica Pirani, Sandro Santolini con il supporto di un Comitato scientifico internazionale composto da Vincenzo Cazzato, Barbara Jatta, Sabine Frommel, Denis Ribouillault e Claudio Strinati, si propone di illustrare come le ville e i giardini siano stati, nei secoli, espressione di potere, cultura e raffinatezza per pontefici, principi e cardinali, documentando il passaggio dal rigore del giardino formale alla libertà del giardino paesaggistico, fino all’affermazione della loro funzione pubblica, con le passeggiate ottocentesche e i giardini novecenteschi realizzati a seguito delle travagliate trasformazioni dovute al nuovo ruolo di Roma come capitale del Regno, che dal 1870 e fino al Ventennio hanno comportato la distruzione

Organizzazione di Zètema Progetto Cultura. Con il contributo di Euphorbia Srl Cultura del Paesaggio. Catalogo edito da L’Erma di Bretschneider.

In mostra sono esposte quasi 190 opere di vario genere – dai disegni ai dipinti, dalle stampe ai manoscritti. Spesso poco conosciute e in molti casi inedite, esse offrono una straordinaria ricchezza documentale per la ricerca. Questa selezione permette di condurre nuove indagini su complessi a volte poco studiati, svelando per la prima volta l’aspetto originario di spazi verdi oggi scomparsi o radicalmente rimaneggiati e proponendo nuove chiavi di lettura e interpretazione.

Strutturato in sei sezioni, il percorso di visita è arricchito da apparati multimediali e immersivi che offrono al visitatore la possibilità di approfondire e interagire con i temi trattati. Ad aprire l’esposizione è una grande mappa interattiva che fornisce una panoramica dettagliata delle ville storiche di Roma ritratte in mostra: un ponte virtuale tra arte e realtà che non solo introduce alla conoscenza delle opere, ma ne accresce la comprensione del contesto e dei meravigliosi complessi architettonici che le hanno ispirate.

Il percorso prende il via con una sezione dedicata alle Ville del Cinquecento, tra nostalgia dell’Antico e nuovi modelli. È in questo periodo che, grazie al rafforzato governo pontificio, Roma riemerge dalle nebbie del Medioevo con nuova vitalità demografica, economica e artistica. Gli antichi luoghi per l’otium, come le ville e i giardini di delizia, vengono riscoperti e indicati come modello, avviando la fiorente stagione del Rinascimento.

Le vigne e gli orti disseminati nell’urbe vengono trasformati in giardini annessi a residenze. Committenti sono papi, cardinali e aristocratici, ma anche letterati, che impegnano i più grandi artisti del secolo: Bramante, Peruzzi, Raffaello, Sangallo il Giovane, Giulio Romano, Ligorio, Vignola, Ammannati, Fontana e Del Duca raccolgono le suggestioni dell’antichità e definiscono un modello di giardino romano, destinato a essere celebrato e imitato.

Villa Madama, Villa Giulia, il Belvedere vaticano, La Farnesina, Villa Medici sono documentati in mostra da opere di celebri artisti quali Hendrick van Cleve, Caspar van Wittel, Paolo Anesi. Preziosa è la veduta di Villa Mattei Celimontana di Joseph Heintz il Giovane, degli inizi del Seicento, che restituisce in dettaglio l’assetto dei luoghi.

Le ville del Seicento: fasto e rappresentazione del potere sono protagoniste della seconda sezione. Nel Seicento le ville romane tendono a occupare le aree rimaste ancora libere in zone strategiche della città, nei pressi della residenza papale del Quirinale, delle basiliche e delle mura cittadine. Al tempo stesso, per disporre di spazi sempre più vasti e articolati, fuori della cinta muraria, lungo le principali direttici di accesso alla città si insediano vasti complessi con giardini.

 Grazie alla riattivazione degli antichi acquedotti è possibile realizzare lussureggianti giardini impreziositi da scenografiche fontane, secondo una concezione teatrale che suscita la meraviglia dei visitatori, con l’estro dei migliori artisti e architetti del tempo come Flaminio Ponzio, Carlo Maderno, Giovanni Vasanzio, Alessandro Algardi e Pietro da Cortona.

 Ne sono esempio le magnificenze di Villa Borghese, immortalata dallo straordinario dipinto di Joseph Heintz il Giovane, firmato e datato 1625, e da numerosi altri dipinti, delle purtroppo distrutte Villa Ludovisi, Villa Giustiniani, Villa del Vascello e la Villa del Pigneto Sacchetti, opera eccelsa di Pietro da Cortona, precocemente perduta ma amata e documentata da molti artisti.

Spartiacque tra ultimi bagliori e decadenza del modello romano sono Le ville del Settecento: tra magnificenza e “buon gusto” (terza sezione). Nella prima metà del secolo si continuano le magnificenze barocche, con residenze dotate di giardini disegnati secondo l’aggiornata moda alla francese, con elaborati parterres de broderie e boschetti sagomati come “stanze” verdi. Ne sono esempio i giardini di Villa Patrizi fuori Porta Pia, di Palazzo Colonna – collegati all’edificio da ponti sospesi su via del Pilotta – e quelli progettati da Ferdinando Fuga per il Palazzo già Riario, dal 1736 dei nipoti di Clemente XII Corsini e oggi Orto Botanico cittadino. Con la crisi economica e l’affermarsi di esigenze di decoro e appartata comodità, si realizzano edifici più contenuti con giardini ridotti, quali la villa del cardinale Valenti Gonzaga presso Porta Pia, acquistata nell’Ottocento da Paolina Borghese.

Ma il Settecento ci consegna una realizzazione destinata a divenire celebre in tutta Europa: la villa del cardinale Alessandro Albani, progettata fuori Porta Salaria tra il 1747 e il 1763 da Carlo Marchionni, con Giovanni Battista Nolli, Giovanni Battista Piranesi e lo storico dell’arte antica Johann Joachim Winckelmann per la mirabile collezione d’antichità. I giardini mantengono un disegno formale con aiuole elaborate e assi prospettici, come ben mostra l’incisione colorata di Francesco Panini del 1770, ma accolgono anche strutture tipiche dei giardini inglesi, come la caffeaus semicircolare o il casino del bigliardo, immortalato dal dipinto di Christoffer Wilhelm Eckersberg, definendo un mix di fascino e gusto romano celebrato dagli artisti per tutto il corso dell’Ottocento.

L’Ottocento tra distruzioni e nuovi giardini per l’urbanistica di Roma capitale è raccontato nella quarta sezione. Il secolo delle rivoluzioni non lascia spazio a residenze di delizia. I danni causati dagli scontri non risparmiano il patrimonio di ville e giardini; ma si afferma anche un nuovo modello, il verde pubblico della passeggiata, destinato non più alla nobiltà messa in crisi dai mutati scenari politici, bensì a un’utenza più ampia e “democratica”.

Gli effetti dell’occupazione francese di inizi secolo e della battaglia per la difesa della Repubblica romana del 1849 depauperano e distruggono ville e giardini, soprattutto sul Gianicolo. Scompare l’originale Villetta Doria, nell’area dell’attuale Galoppatoio di Villa Borghese, unico insuperato esempio di giardino “all’inglese”, fortunatamente immortalata in varie vedute. Ancor più devastanti sono gli effetti del nuovo ruolo di Roma capitale.

 Dopo il 1870, infatti, le necessità di un’urbanistica condizionata dall’aumento vertiginoso della popolazione e dalle necessità di nuove strutture viarie e funzionali si impongono a scapito del verde storico, soprattutto all’interno delle Mura Aureliane: ville dal valore incommensurabile, quali le ville Ludovisi e Montalto, sono impietosamente distrutte.

Per far fronte alle devastanti inondazioni del Tevere vengono costruiti gli argini, interrompendo il rapporto tra la città e il fiume e distruggendo gli spettacolari affacci di alcune ville, come ci documenta Caspar van Wittel con la veduta di Villa Altoviti. Fa eccezione Villa Torlonia in via Nomentana, commissionata dalla potente famiglia di banchieri, ultimo esempio di mecenatismo romano, realizzata in tre fasi: inizi Ottocento, metà Ottocento e inizi Novecento. Le nuove classi sociali introducono intanto una nuova tipologia abitativa, i villini, che spesso utilizza lacerti di giardini superstiti delle antiche ville.

A seguire, una sezione dedicata al Giardino romano nel Novecento tra propaganda, distruzioni e nuovi modelli. Il nuovo secolo si apre per Roma all’insegna di un’effervescente vitalità: nel 1870 contava 220mila abitanti che trent’anni dopo erano il doppio. Molte ville vengono distrutte per lasciare spazio alla modernizzazione, mentre l’acquisizione e l’apertura al pubblico di Villa Borghese nel 1903, collegata nel 1908 alla Passeggiata del Pincio, segna un indubbio contributo al verde cittadino. Dopo la tragica parentesi della guerra, il Regime fascista avvia una politica del verde su un doppio registro legato alle nuove esigenze urbanistiche mussoliniane.

 Il giardino di Villa Rivaldi, ad esempio, viene impietosamente distrutto per consentire l’apertura di via dell’Impero (attuale via dei Fori Imperiali) e contemporaneamente si afferma, per quanto disorganico e in funzione propagandistica, un incremento considerevole del verde pubblico. Vengono, infatti, arricchite di alberi numerose piazze, mentre alcune ville nobiliari di proprietà dello Stato, come Villa Aldobrandini e Villa Mattei Celimontana, sono conferite al Comune di Roma e aperte al pubblico.

Nel 1928, nel Parco del Valentino a Torino si tiene una mostra dedicata ai giardini con una forte presenza del Servizio Giardini romano che allestisce un padiglione barocco e sistemazioni a giardino, progettate da Raffaele de Vico, in gran parte ispirate a Villa Borghese.

 Nel 1931, a Firenze, un’altra mostra esalta il primato italiano con dieci modelli di villa e se ne presenta in mostra il filmato d’epoca. Il modello di villa romana tra Cinque e Seicento, realizzato in miniatura da Luigi Piccinato, è qui illustrato in una foto d’epoca. Numerosi sono i giardini progettati per lo più da Raffaele de Vico: Villa Glori (Parco della Rimembranza) 1924, Parco Flaminio (1924), Villa Caffarelli (1925), Piazza Mazzini (1925-26), il Parco di Colle Oppio (1926-27), Parco degli Scipioni (1929), Parco Nemorense o Virgiliano (1930), Villa Fiorelli (1930-31), Parco di Testaccio (1931), il Parco di Santa Sabina sull’Aventino o degli Aranci (1931), Villa Paganini (1934), Parco Cestio (1938). Molti di questi giardini vengono immortalati nei dipinti di Carlo Montani dei quali si presenta in mostra un’ampia selezione.

Una sezione racconta infine il Vivere in villa: svaghi e socialità nei giardini romani. La reinterpretazione rinascimentale dell’ideale classico della vita in villa acquisisce già alla fine del Quattrocento una dichiarata connotazione sociale, che si manifesta attraverso attività come il simposio intellettuale, la caccia, il collezionismo di esemplari rari di piante e di animali, l’esposizione di sculture, la pratica delle arti e l’allestimento di ricevimenti e banchetti per le più svariate occasioni.

 Ne scaturisce l’esigenza di possedere giardini adatti a ogni forma di svago e di intrattenimento. Alle cacce vengono così destinate le zone boscherecce delle ville mentre idonei spazi vengono progettati per ospitare concerti, spettacoli teatrali e banchetti, manifestazione del potere e della magnificenza del proprietario. Le ville romane, inizialmente aperte a una cerchia ristretta di ospiti, con l’affermarsi del Grand Tour e con la diffusione della “moda” del caffè e della cioccolata, nel corso del Settecento diventano luoghi sempre più aperti verso un pubblico eterogeneo e internazionale.

 Con il repentino cambiamento della società tra Otto e Novecento si affermano nuovi riti sullo sfondo di una Roma capitale in rapida evoluzione. Villa Borghese e i viali del Pincio, uniti dal cavalcavia sul viale del Muro Torto, inaugurato nel 1908, sono le cornici ideali per ospitare caffè, mostre, eventi sportivi e musicali, meta preferita dai romani per scampagnate e passeggiate domenicali, come mostrano i dipinti di Georges Paul Leroux e Armando Spadini.

L’esposizione si avvale di prestigiosi prestiti da istituzioni nazionali e internazionali quali il Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique, la Národní Galerie di Praga, lo Statens Museum for Kunst - National Gallery of Denmark, lo Château de Fontainebleau, il Musée cantonal des Beaux-Arts de Lausanne, il Musée d’Angers, il Musée Ingres Bourdelle de Montauban, l’Ecole Nationale Supérieure des beaux-Arts de Paris, il Musée d’Orsay di Parigi, i Musei Vaticani e la Biblioteca Apostolica Vaticana, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (G.A.P.), le Gallerie degli Uffizi, Villa La Pietra / New York University Florence, la Biblioteca Nazionale Marciana, l’Accademia Nazionale di San Luca, l’Archivio della Congregazione dell’Oratorio di Roma, l’Archivio di Stato di Roma, la Biblioteca Alessandrina, la Biblioteca Istituzionale della Città Metropolitana di Roma Capitale, la Biblioteca Nazionale Centrale, la Collezione Patrizi-Montoro Corso, la Collezione Patrizi-Montoro, la Collezione Pompei Franco, la Galleria Colonna, la Galleria Pallavicini, l’Istituto Centrale per la grafica e numerose altre collezioni pubbliche e private, tra le quali spicca un nucleo consistente di opere facente parte della vasta collezione d’arte di Roma Capitale, alcune delle quali ripresentate al pubblico e valorizzate dopo una lunga assenza espositiva.

https://www.museodiroma.it/it/mostra-evento/ville-e-giardini-di-roma-una-corona-di-delizie

THE PARTHENON. MARY BEARD. MUSEU TÀPIES GERMAINE DULAC. JE N’AI PLUS RIEN

THE PARTHENON

THE PARTHENON.

Autor/es



 


MUSEU TAPIÈS. GERMAINE DULAC

16.10.2025 – 22.02.2026

Comisariado por Imma Prieto, directora del Museu Tàpies, e Imma Merino, crítica de cine y profesora universitaria, el proyecto sobre Germaine Dulac quiere ser una reflexión sobre cómo las vanguardias invisibilizaron a ciertas artistas que ponían en tensión los discursos hegemónicos y heteropatriarcales que imponía la sociedad de entreguerras. Se trata de un ejercicio de recuperación de la memoria de un pasado en el que muchas de ellas quedaron relegadas dentro de la historia del arte, a pesar de que sus prácticas resultaron fundamentales para el desarrollo de los movimientos artísticos del siglo xx.

Con la voluntad de abrir archivos y acentuando la idea de la importancia de un tiempo cíclico —tan característico de la trayectoria tapiana—, echamos la vista atrás para volver adelante mediante la investigación histórica y encontrar voces silenciadas. 

Pero, a la vez, buscando las posibles conexiones con la configuración de las imágenes desde esta perspectiva surrealista que también se trabajará en la exposición dedicada a Antoni Tàpies.

En 1927, Germaine Dulac dirigió el mediometraje La Coquille et le clergyman (La concha y el clérigo), que no se proyectó hasta un año más tarde, en 1928; se considera el primer film surrealista, un año anterior al célebre Un chien andalou de Luis Buñuel, de 1929. La película, basada en un guión del poeta Antonin Artaud, expresa la obsesión de un clérigo por una mujer casada con un general.

La cineasta Mercedes Álvarez ha elaborado una pieza de nueva creación con el título “Germaine Dulac. ¿Quién teme al cine?” donde a través de una compilación de diferentes filmes de Dulac se desvelan las miradas de la artista francesa en torno a la representación del cuerpo femenino y la desarticulación del deseo.

Germaine Dulac (Amiens, 1882 – París, 1942) fue una productora, directora, realizadora y guionista de cine considerada la pionera del cine surrealista de principios del siglo xx. Dulac realizó más de treinta films entre 1917 y 1935, escribió importantes textos teóricos y colaboró en las grandes revistas cinematográficas de la época —Le Film, Mon ciné o Cinémagazine—, donde expuso sus ideas sobre la importancia de la autoría o sobre el cine como un espacio artístico desde el que explorar, a través de las imágenes, el interior de los seres humanos. Su colaboración más significativa fue con la revista radical feminista La Fronde.

https://museutapies.org/es/exposicio/germaine-dulac-je-nai-plus-rien/

CANAL ACADÉMIES: LA BIOGRAPHIE . GRILLO DEMO EN EL TEATRO EL CÍRCULO

 


GRILLO DEMO





ELISABETH LEONSKAYA HAS BEEN CANCELLED; READ THE STATEMENT BELOW

As a stage, Muziekgebouw Eindhoven follows the guidelines of our trade association VSCD (Association of Theatre and Concert Hall Directors). This directive states, among other things, that Russian and Belarusian artists are welcome as long as they have not actively expressed support for the invasion of Ukraine. 

The directive also states that public distancing from the regime may not be demanded as a condition for cooperation because of the personal danger involved. We take that framework seriously, because we think it is important to deal with the interests of musicians with integrity.

We understand that canceling a concert can cause disappointment for the audience and the artist. Music connects people and we therefore value that as many people as possible can be part of it, especially in troubled times. That is why we find it difficult to make a decision that interrupts that connection.

In the case of Elisabeth Leonskaya, we looked at all the circumstances with great care. She has been committed to young musicians for years and her contribution to making classical music widely accessible. She also states that she sees it as her task to act and guide young talent and not to get involved in politics.

The extent to which the Directive applies to Leonskaya is complex: despite her Russian background, she was not born in Russia and also has Austrian citizenship. Although she does not live in Russia, she has made the choice to perform in Moscow, and the theater where she performs has now decided to make tickets available free of charge to members of the army and their relatives.

In the end, we have to conclude that circumstances leave us no choice but to cancel the planned concert on December 4. We realize that we disappoint music lovers with this, but we especially want to emphasize that the grief caused by the military conflict in the state of Ukraine is now paramount for us. We have now informed her management.

The full VSCD guideline can be found at www.vscd.nl.

https:// elisabeth-leonskaja/mge.nl/ agenda/