O que liga Vivienne Westwood à França do século XVIII, Guo
Pei a uma máscara funerária egípcia antiga, Balenciaga com um baixo-relevo
assírio ou Alexander McQueen e Givenchy a gravuras japonesas?
A Art & Fashion convida os visitantes a entrar num
universo onde a arte respira a moda e a moda desperta a arte. Numa experiência
sensorial, as obras de arte da Coleção Gulbenkian dialogam com a criatividade
dos maiores couturiers de alta-costura e designers contemporâneos, revelando
como formas, símbolos e emoções viajam no tempo.
A exposição tem origem no profundo interesse de Calouste
Sarkis Gulbenkian (1869–1955) pelas artes e moda e explora como os gulbenkianos
acompanharam as tendências da sua época.
A riqueza e diversidade da Coleção Gulbenkian – com obras de
arte que vão do Antigo Egipto ao século XX – permite-nos explorar como certos
motivos e temas abordados na história da arte perduram ou são reformulados na
moda nacional e internacional contemporânea.
Pinturas, esculturas, joias e objetos dialogam com peças de
moda que as reinterpretam, narram, decifram ou completam. São encontros
inesperados que mostram como a estética, as ideias e as sensibilidades que
habitam a coleção continuam a iluminar o universo da moda.
A exposição é também um convite para compreender como a
beleza viaja no tempo. Os vestidos permitem-nos ler aquilo que os textos nem
sempre dizem: hierarquias, aspirações, rituais sociais, silêncios e revelações.
Desde o retrato clássico ao design contemporâneo, a roupa torna-se um espelho
que mostra que a arte e a moda sempre partilharam o desejo de narrar o ser
humano.
Ao longo da exposição, mais de 100 obras de arte da Coleção
estão expostas juntamente com 140 peças de vestuário desenhadas pela Dior,
Balenciaga, Givenchy, Yves Saint Laurent, Versace, Jean-Paul Gaultier, Vivienne
Westwood, Alexander McQueen, Guo Pei, Hubert de Givenchy e Azzedine Alaia e, a
nível nacional, pela dupla Alves/Gonçalves, José António Tenente, Maria
Gambina, Miguel Vieira, Nuno Gama e Nuno Baltazar.
Curada por Eloy Martínez de la Pera, a exposição é
acompanhada por um catálogo com fotografias de Jon Cazenave, produzidas
exclusivamente para este projeto.
A Art & Fashion faz parte das celebrações do 70.º
aniversário da Fundação Calouste Gulbenkian.
LA CHRONIQUE DE PIERRE BRANDA (FONDATION NAPOLÉON)
Les Français placent l’Histoire avec un grand H au Panthéon
Le 23 juin prochain, un sixième personnage y fera son entrée sous Emmanuel Macron : Marc Bloch, auteur du sublime texte sur 1940, L’Étrange Défaite, historien juif et résistant, fusillé par les Allemands en juin 1944 après avoir été arrêté et torturé par la Gestapo. À cette occasion, l’Observatoire Histoire & Vie publique, avec l’Ifop, a souhaité interroger les Français sur leur perception de la panthéonisation. Le résultat est moins attendu qu’il n’y paraît. Dans un pays que l’on dit volontiers sceptique à l’égard de ses institutions, les Français continuent de prendre le Panthéon au sérieux.
La première leçon du sondage tient en effet à la gravité attachée au lieu. Interrogés sur les mots qu’ils associent à la panthéonisation, les Français citent d’abord le respect, 42 %, puis la solennité, 37 %. La cérémonie n’est donc pas perçue comme un simple geste politique, mais comme une consécration nationale. Mais cette adhésion n’est pas sans réserve : 26 % citent l’indifférence, 23 % la politisation, 17 % le caractère élitiste, 16 % le côté désuet ou démodé. Le symbole tient encore, mais on doit prendre garde à lui conserver toute sa force pour ne point le banaliser.
Le Panthéon occupe-t-il toujours une place particulière dans le cœur des Français ? Pour le savoir, découvrez les enseignements d’un sondage inédit sur la perception des grandes figures nationales et de leur héritage. Une enquête éclairante sur le lien entre mémoire collective et identité républicaine.
Il Ministero della Cultura annuncia l’apertura della mostra
“Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico”, in programma
dal 12 giugno al 18 ottobre 2026 presso il Parco archeologico del Colosseo.
L’iniziativa si inserisce nel quadro dell’accordo bilaterale
siglato nell’aprile 2025 a Roma tra il Ministro della Cultura, Alessandro
Giuli, e il Ministro della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia,
Mehmet Nuri Ersoy, volto a rafforzare la cooperazione culturale tra i due
Paesi.
A tale intesa ha fatto seguito, nel dicembre 2025, la
sottoscrizione di uno specifico accordo tecnico sulla mostra, presso la
Direzione generale dei Beni culturali e dei Musei del Ministero turco, diretto
da Birol İnceciköz, da parte di Alfonsina Russo, Capo Dipartimento per la
valorizzazione del patrimonio culturale, e Simone Quilici, Direttore del Parco
archeologico del Colosseo.
Promossa nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei
per l’Africa e il Mediterraneo, la mostra rappresenta un’importante iniziativa
di diplomazia culturale finalizzata a consolidare i rapporti tra Italia e
Turchia, valorizzando il patrimonio storico e archeologico quale strumento di
dialogo, sviluppo sostenibile e crescita socio-economica. L’iniziativa,
inoltre, costituisce uno dei più ampi eventi espositivi mai dedicati a Troia,
capace di riportare al centro del dibattito scientifico e culturale la complessità
storica di un sito a lungo identificato quasi esclusivamente con il mito e di
rappresentare il suo legame con Roma.
La mostra è curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri,
Alessio De Cristofaro, Bülent Gönültaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yöndem, Rüstem
Aslan.
LA MOSTRA
La mostra presenta più di 300 reperti, provenienti da alcuni
dei principali musei italiani e da Troia, molti dei quali esposti per la prima
volta in Italia. Grazie al ruolo centrale del Ministero della Cultura e del
Turismo turco, sono infatti oltre 220 le opere in prestito da 19 musei turchi,
di cui ben 50 mai viste prima dal pubblico italiano. Il percorso espositivo,
introdotto da una replica monumentale del Cavallo di Troia, consente di mettere
in dialogo testimonianze archeologiche fondamentali per la conoscenza del
patrimonio storico e mitico di Ilio con materiali che documentano la diffusione
e la rielaborazione del mito di Enea fino alla fondazione di Roma.
Il progetto, elaborato dal Dipartimento per la
valorizzazione del patrimonio culturale, prevede inoltre attività di ricerca,
disseminazione e valorizzazione, con l’obiettivo di rafforzare la
collaborazione scientifica tra Italia e Turchia, promuovere a livello
internazionale la conoscenza dei rispettivi patrimoni culturali e favorire
modelli di sviluppo basati su un turismo sostenibile e di qualità.
L’esposizione intende offrire al grande pubblico un racconto organico e
scientificamente aggiornato delle vicende culturali e storiche di Troia e Roma,
riannodando idealmente i fili del mito, della leggenda e della realtà storica
in una narrazione unitaria che abbraccia circa tre millenni di civiltà
anatolica e italica. Il percorso si sviluppa lungo un doppio binario,
letterario e archeologico, restituendo una lettura critica e comparata delle
fonti oggi disponibili.
“Con questa iniziativa di diplomazia culturale – dichiara il
Ministro della Cultura, Alessandro Giuli – proiettiamo sulla scena
internazionale la forza narrativa di un mito fondativo, restituendo la
concretezza delle evidenze archeologiche di una civiltà originaria e
generatrice. Un’esposizione che conferisce all’epica una dimensione tangibile,
capace di intrecciare la costruzione mitologica con il luogo che ne è stato
matrice e ispirazione”.
“Portiamo la storia epica di Troia al Colosseo, uno dei più
importanti punti d’incontro del turismo mondiale, con una mostra che unisce
rigore scientifico, tutela e capacità narrative” – dichiara il Ministro della
Cultura e del Turismo della Turchia, Mehmet Nuri Ersoy – Questo progetto rende
accessibile a un pubblico globale un patrimonio di valore universale e
rappresenta un passo significativo nella cooperazione culturale
internazionale”.
LE SEZIONI DELLA MOSTRA
La mostra si apre con un’ampia sezione dedicata alla
ricostruzione storica, archeologica e topografica del sito di Troia, attraverso
un significativo nucleo di reperti provenienti dai musei turchi. Tale sezione
offre, inoltre, una panoramica inedita sul mondo ittita e sulle diverse realtà
culturali dell’Anatolia del III e II millennio a.C.
La seconda sezione è dedicata alla Guerra di Troia,
raccontata a partire dal punto di vista dei Troiani, con particolare attenzione
ai protagonisti e agli eventi principali del conflitto. Ampio spazio è
riservato alla figura di Omero e al tema della tradizione epica, analizzata nei
suoi risvolti filologici, storici e antropologici. La sezione si conclude con
la caduta della città (Ilioupersis) e l’avvio della diaspora che vede
protagonista Enea.
La terza sezione approfondisce il viaggio di Enea,
ricostruito sulla base delle tradizioni letterarie – da Stesicoro a Virgilio –
e della documentazione archeologica. Particolare rilievo è attribuito ai
contesti italiani, con la valorizzazione di siti dell’Italia meridionale, della
Sicilia e del Lazio legati al passaggio dell’eroe troiano. La sezione propone
anche un quadro ricostruttivo del Lazio tra il XII e il IX secolo a.C.,
offrendo strumenti interpretativi per una contestualizzazione storica del mito.
La quarta sezione è dedicata al mito di Romolo e alla
fondazione di Roma, attraverso l’analisi delle principali tradizioni e la
presentazione di reperti e testimonianze figurative di grande rilevanza. Viene
ricostruito il quadro della Roma arcaica e approfondito il processo attraverso
il quale i Romani elaborarono la propria origine troiana, elemento centrale
nella costruzione dell’identità politica e ideologica della città. La sezione
si conclude con un focus sull’età augustea, su Virgilio e sulla canonizzazione
della saga eneadica.
Attraverso il racconto di figure emblematiche quali Paride,
Elena, Priamo, Ecuba, Cassandra, Ettore, Agamennone, Menelao, Achille,
Patroclo, Enea, Lavinia, Ascanio e Romolo, la mostra propone un viaggio critico
e accessibile nella memoria condivisa del Mediterraneo, evidenziando la
perdurante attualità di miti e storie che continuano a costituire un ponte tra
passato e presente.
Questa volta racconto un fatto personale! Tanti, ma proprio
tanti anni fa, ai tempi della rivoluzione studentesca culturale del ‘68 non
ascoltavo né musica sinfonica, nè lirica … per il solo fatto che era ascoltata
dai miei genitori e nonni, quindi per contrapposizione generazionale!
Contrapposizione che si è sciolta ascoltando dall’autoradio estraibile Franco
Corellli nel ‘Lucean le stelle’.. dalla Tosca di Puccini e con la musica lirica
fu... AMORE A PRIMA VISTA!
Musica di Giacomo Puccini
Libretto di Luigi Illica e
Giuseppe Giacosa
tratto dal dramma La Tosca di
Victorien Sardou
Andrea Battistoni direttore
d'orchestra
Stefano Poda regia, scene,
costumi, coreografia e luci
Paolo Giani Cei regista
collaboratore
Claudio Fenoglio maestro del coro
di voci bianche
Gea Garatti Ansini maestro del
coro
Orchestra, Coro e Coro di voci
bianche Teatro Regio Torino
Nuovo allestimento Teatro Regio
Torino
In coproduzione con Аbау Kazakh
National Ореrа
Ekaterina Sannikova Floria Tosca
Vincenzo Costanzo Mario
Cavaradossi
Claudio Sgura Scarpia
Matteo Torcaso Il sagrestano
Daniel Umbelino Spoletta
Igor Durlovski Cesare Angelotti
Eduardo Martínez Sciarrone
Lorenzo Battagion Un carceriere
Roberto Calamo Un carceriere
Tosca è un’opera lirica poeticamente feconda di arie
divenute celebri ed amate in tutto il mondo! Chi non conosce ed ama «Recondita
armonia», «Vissi d’arte», «E lucevan le stelle»?
Come racconta lo stesso visionario realizzatore scenico in
toto -regia, scene,costumi, luci, coreografia- ovvero il Premio Abbiati 2023
Stefano Poda, Tosca è ambientata
tra il dualismo fra il settecento ormai decadente e
l’ottocento dalle grandi speranze di rinnovamento civile e sociale in una
romanità fatta di marmi e simbolismi.
Alla presentazione di questa edizione di Tosca, il Polo
culturale Marengo con l’Unione giornalisti e i Comunicatori europei hanno
consegnato a Poda ed al direttore musicale del Regio di Torino Andrea
Battistoni, la Medaglia di Marengo a evidenziare il legame storico tra il
libretto di Illica e Giacosa e la vittoria di Napoleone alla Mattaglia di
Marengo il 14 giugno 1800.
Il capolavoro pucciniano nell’arte di Stefano Poda in
collaborazione con Paolo Giami Cei, diviene, se possibile, ancora più
capolavoro, riuscendo con essenzialità a creare spettacolarità e visualizzare
il dialogo tra un passato recalcitrante a finire e la contemporaneità che paga
cari prezzi per realizzarsi; viene data una chiave di lettura affascinante e
coinvolgente che trasporta lo spettatore in un mondo cognitivo ed al tempo
stesso pura emozione travolto da una realizzazione spettacolare ed attrattiva sospesa
in una costruzione impalpabile seppur definita.
La Roma pontificia con una
feroce polizia che reprime e sopprime i seguaci di Bonaparte e i loro
sostenitori e collaboratori, è palcoscenico di un giallo storico ricco di colpi
di scena amplificati dalla musica di Puccini che esalta ogni singolo
personaggio ed offre ad ogni interprete la possibilità di esprimere vocalità e
sentimento in unicum esaltante.
Venendo a qualche dettaglio possiamo individuare al primo
atto le teche delineate solo dai bordi illuminati con Santi e Madonna
sovrastati da ologrammi classici tridimesionali in continuo avvicendamento,
sempre rigorosamente bianchi per interrompere con classe e maestria
l’uniformità del colore grigio nelle varie tonalità ed il marmo dei palazzi
romani. Interessante la sintonizzazione tra i toni più bassi dell’orchestra con
il colpo di cannone a fuoco.
Nel secondo atto spicca il Papa re che con cenni
di direzione d’orchestra e coro, con paludamenti preziosi sovrasta la scena ad
imperare su tutto quando gli sottostà. All’ultimo atto interessante l’ologramma
della sola ala bianca dell’angelo a simboleggiare l’intero palazzo e...colpo di
teatro Tosca non si butta dal Castello, ma è una parete del castello che cade
(crollo dell’epoca e del sistema…) lasciando Tosca da sola in piedi: sola, ma
vincitrice! Ancora un apprezzamento per i vari piani di scena sapientemente
utilizzati per l’architettura dei vari momenti, la cappella degli Attavanti, la
prigione e la fucilazione che hanno contribuito a circoscrivere con definizione
i vari momenti e ambientazioni della narrazione.
Una menzione ai costumi di
grande cura ed attenzione, come per le guardie pontificie che indossano
uniformi replicanti i colori clericali, il nero e il rosso creando una
comunicazione filologica che coinvolge anche
visivamente lo spettatore.. Ottimi i movimenti coreografici
sempre improntati alla eleganza di movimento e all’impreziosimento della
realizzazione.
Un plauso ai cori di livello superbo e unicum con il tutto.
Altro plauso all’orchestra ed al suo direttore musicale
Andrea Battistoni che insieme traggono momenti di assoluta liricità e di
estrema bellezza: commovente partecipazione e fuoco di emozioni.
Venendo al cast:
Katerina Sannikova, elegante ed accorata Floria Tosca,
commuove facendo rivivere la passione in tutto l’arco di colori, dal più
passionale, al più cupo raggiungendo livelli vocali e scenici di tutto risalto
insieme a Vincenzo Costanzo fieramente interprete di Cavaradossi. Scarpia, il
potente sconfitto ed ucciso ‘da una donna’ è superbamente reso da Claudio Sgura
in eccellente forma.
Per semplicità e sintesi possiamo elogiare i vari interpreti
ovvero Daniel Umbellino, Igor Durlovski, Eduardo Martinez, Lorenzo Battagion e
Roberto Calanno. Tutti in ruolo e ben inseriti nell’azione scenica.
In Tosca il coro ha ruolo determinante e non possiamo che
applaudire Claudio Fenoglio maestro del coro di voci bianche e Gea Garatti
Ansini maestro del coro.
Ópera popular española en tres actos y cinco cuadros. Música
y libreto: MANUEL PENELLA. Teatro de La Zarzuela. Segundo elenco. 13 de junio,
2026
Ficha Artística
Dirección musicalJOSÉ
MIGUEL PÉREZ-SIERRA
Dirección de escenaCHRISTOF
LOY
EscenografíaMANUEL
LA CASTA
VestuarioROBBY
DUIVEMAN
IluminaciónALBERT
FAURA
Movimiento escénicoMÓNICA
DOMÍNGUEZ
Reparto
Juanillo BORJA QUIZA
Soleá MIREN
URBIETA-VEGA
RafaelRAFAEL
HUMBERTO ROJAS
FrasquitaMILAGROS MARTÍN
Gitana MARÍA LUISA
CORBACHO
Padre Antón MANEL
ESTEVE
Hormigón GERARDO
BULLÓN
LoliyaADRIANA VIÑUELA*
Caireles PABLO
GÁLVEZ
Pezuño ALONSO
GABARRÚS
Recalcao ALBERTO
CAMÓN*
Pastorcillo SARA
ROSIQUE/PATRICIA ILLERA*
Vendedor JAVIER
ALONSO*
Alguacilillo ALBERTO
CAMÓN *
Peones JOAQUÍN
CÓRDOBA / PEDRO PRIOR / DAVID VILLEGAS*
(* Integrantes del Coro Titular del Teatro de la Zarzuela)
Orquesta de la Comunidad de Madrid, Titular del Teatro de La
Zarzuela
DirectorJosé Miguel
Pérez-Sierra
Coro del Teatro de La Zarzuela. DirectorAntonio Fauró
Pequeños Cantores de la ORCAM. Directora: Ana González
Se escribe que la ópera española “El gato Montés” tuvo
diferentes versiones en producciones históricas con artistas como Miguel Roa y
Emilio Sagi, con cantantes de la talla de Plácido Domingo o puestas, más
recientemente con Óliver Díaz o Cristóbal Soler y José Carlos Plaza.
La que se propone este año y que finaliza el “curso” del
Teatro antes de la pausa estival, cuenta con el frecuentado y de moda director de
escena alemán Christof Loy, sobre todo presente en nuestro territorio, en el Teatro
Real. Se la había encomendado en su día Daniel Bianco, el anterior director
artístico del Teatro de la Zarzuela.
Los expertos de la sala de la plazuela de Teresa Berganza,
la consideran una propuesta ambiciosa, apuesta clara de Penella por la ópera
popular española. El celebérrimo pasodoble con el que muchos diestros enhebran
su paseíllo en las plazas casi oculta la existencia de la gran obra del artista.
Forma parte de la estructura emocional y atávica de los españoles. Es icónico.
Una vez más la tauromaquia, no como arte, sino como ceremonial truculento del sacrificio del toro.
Penella llevó su partitura por España y América —desde
Argentina a Estados Unidos— con un considerable éxito. Ahora vuelve a este
escenario, perfumada a partir del ambiente decimonónico de la Carmen de Georges
Bizet, aunque la del maestro valenciano es una respuesta local, la que muchos
interpretaron como una construcción más realista de las tragedias patrias con
dama, torero y galán multiforme frente a la Carmen concebida por la pluma de
Mérimée, más idealizada y romántica.
El Gato Montés es una síntesis dramática y estética que se
instala en el tenebrismo español y enlaza melodías con gran vuelo a lo largo de
sus tres actos y cinco cuadros.
Se trata de la primera producción que Christof Loy va
a hacer en el Teatro de la Zarzuela. Cualquier artista tiene al alcance de su psiquis
y su talento, la interpretación y plasmación de realidades diferentes a las
suyas propias o a las de su cultura. En este caso, con Loy se echa de menos la
descripción de una España donde faltan los trajes de lunares, las rejas, los
balcones, las peinetas y los geranios, los trajes de luces de los matadores, la
algarabía- en fin- por poner solo unos ejemplos trillados. Y claro está, “La
niña que riega la albahaca” (si hubiera que hacer un guiño amoroso y entregado
a Federico). La pasión, esta vez, parece un comportamiento aprendido no el
torrente sanguíneo que fluye desde las arterias de un individuo o de un pueblo.
La abstracción germanizante casa bien con un Wagner o un
Ricahrd Strauss pero congela en parte esa alma andaluza donde se fragua esta
tragedia, a pesar del lenguaje del sur que se quiere evocar de modo genérico y
falto de matices (la desaparición de consonantes, la falta de pronunciación de
la “Z” …). En la primera escena, se piensa en Federico García Lorca y sus
mujeres: contraídas, rígidas, inmersas en un entorno asfixiante y
predeterminado por el lugar y la época. Los hombres imponen el orden patriarcal
(el marido, el amante, el novio o el cura), pero siempre una función, una geografía
lírica, deberían verse con una mirada opinable. Hay para todos los gustos.
Porque se encuentra mucho de subjetivo en el placer y la
apreciación de una obra de arte. Hay comunicabilidad, empatía, proyección del
oyente y el espectador, o no la hay. En cualquier caso, no falta el “Sensucht” (anhelo,
añoranza, nostalgia) del que hablaba el musicólogo Carlos Suffern (de conmovida
memoria) y eso sí lo puede ofrecer la narrativa alemana. Muy a menudo, como
decía Jean Paul Sartre en su obra teatral Huis Clos (1944), L´enfer, c´est
les autres” (“El infierno son los otros”).
La escenografía de Manuel la casta, fría, en blancos
rotos, grises o tonos oscuros, concuerda muy bien con el imaginario de Loy, así
como el vestuario algo anodino e intemporal de Robby Duiveman y la
iluminación de Albert Faura, que sin embargo aporta positividad al
corpus, al igual que el movimiento escénico de Mónica Domínguez. Hay como
un toque helado del máximo exponente del paisajismo alemán, Caspar David Friedrich
(1774-1840) en la escena, pero la música, con la orquesta y los cantantes, le
devuelven el calor, la temperatura vital.
Un aparte para el programa- joya de pago, exhaustivo y
cuidadísimo, como todos los de La Zarzuela y la aportación de uno más breve que
no obliga a la audiencia a rastrear el código habitual por los pasillos del
teatro.
La Orquesta de la Comunidad de Madrid estuvo a la
altura del empuje de una batuta sabia y conocedora de la obra y sus
particularidades como la de José Miguel Pérez-Sierra, siempre admirado y
esperado, confiable, franco en el pedir homogeneidad y delicadeza a los
músicos, con una interpretación aquilatada y sensible del ambiente operístico,
atendiendo al equilibrio sonoro-complicado- con los cantantes.
El Coro Titular del Teatro de la Zarzuela, dirigido
por Antonio Fauró, continúa escandiendo zarzuelas y óperas con una
facilidad que proviene de una labor concienzuda y constante de las voces,
atenta. Muy bien. Lo mismo podría comentarse del trabajo incansable de la
directora Ana González, al frente del Coro de los Pequeños Cantores
de la ORCAM, a punto, en orden y con una dedicación extrema a la hora de
captar climas y descifrar atmósferas musicales.
Borja Quiza, barítono, es en el segundo elenco, Juanillo,
el Gato Montés. Nacido en Ortigueira, La Coruña, ha actuado en grandes teatros
de ópera nacionales e internacionales. En el Teatro de la Zarzuela es muy
conocido y apreciado (ver “El barberillo de Lavapiés” o “Pan y toros” y “La
verbena de la Paloma”). Frente a otras interpretaciones del rol en apariencia más
robustas o viriles, su Gato tiene mucho de doliente, de resignado, de
profundamente humano. No hay ferocidad en él sino una herida original profunda
y grande. Y un interminable lamento. Ese que se llevó al monte.
La voz de Quiza es de una galanía evidente, y la dota de
todos los claroscuros que su capacidad de captar un personaje pone a su
disposición.
Miren Urbieta-Vega, soprano lírica vasca, compone una
Soleá dulce y algo melancólica, muy lejana de aquella Carmen francesa que
caracoleaba en ese mundo de gitanos, toreadores y soldadesca. “Hay mucha
presencia vocal y frases muy líricas y amplias”, que resuelve Miren con
facilidad y elegancia. Es segura y convence plenamente. Premiada además en los
concursos Francesc Viñas (2014), Premios Líricos Campoamor (2015), Concurso
Internacional de Bilbao (2012) y Concours Bordeaux Médoc Lyrique (2016).
Rafael Humberto Rojas, es un torero versátil, con
temperamento y conciencia de su posición en la vida y en el ruedo. Religioso,
como suelen serlo los toreros, quiere claridad en las cuestiones personales y
cuando la situación se oscurece vuelve al refugio sempiterno y freudiano de la
figura materna. Mexicano, cuenta con un timbre y una emisión claras, un
instrumento fresco. Sobre su papel expresó:” Es sumamente complejo y difícil
de interpretar. Al acercarse a ese perfil hay que tener en cuenta esos fantasmas
de a donde se puede llegar cuando uno no está en contacto con ese tipo de
maneras de expresar una masculinidad”.
La gitana María Luisa Corbacho, buena voz,
(igual que la Soleá protagonista, pero más racial y arquetípica) lee las cartas
con malos augurios mientras se desliza cautamente entre la concurrencia. Cumple
con un rol, un oficio, no por conocido menos afilado y conseguido.
Milagros Martín, mezzosoprano, interpreta a una madre
andaluza reconocible, un modelo y se trata de una cantante habitual en el
Teatro de la calle de Jovellanos: su repertorio es amplísimo. Desempeña siempre
una labor vocal y teatral sin fallas.
El Padre Antón que declinó el barítono catalán Manel
Esteve fue de una pieza, el único elemento luminoso y paciente en una ópera
donde casi todos van traspasando los límites y corriendo hacia la muerte sin
remedio. Bella y sedosa voz baritonal. Excelentes el madrileño Gerardo
Bullón como Hormigón y acertados en sus apariciones más cortas Adriana
Viñuela como Loliya, Pablo Gálvez, Caireles, Alonso Gabarrús,
el Pezuño, Alberto Camón, Recalao y los pastorcillos Sara Rosique y
Patricia Illera.
Hubo muchos aplausos y la sala estaba al completo, organizada
la distribución de asientos y de los tiempos en el intervalo, como siempre, por
los responsables de sala que hacen su labor como si fuera su primer día. El Teatro
de La Zarzuela- ya se dijo reiteradamente- es habitualmente un proyecto de
equipo, no solo musical y teatral, sino además humano. Fina y sutil
arquitectura de encajes y puntillas. Gracias a todos y excelente verano.
Il nuovo capitolo del ciclo dedicato alla presenza del vetro
muranese alla Biennale prende in esame il periodo tra il 1948 e il 1958.
Il terzo capitolo del ciclo espositivo che racconta la
presenza del vetro muranese alla manifestazione veneziana prende in esame il
decennio dal 1948 al 1958, ovvero dalla ripresa dell’attività della Biennale
dopo la fine della Seconda guerra mondiale fino a tutti gli anni Cinquanta.
Ospitate ancora una
volta all’interno del padiglione Venezia, le mostre del vetro che si tennero in
questo periodo testimoniarono la rinnovata vitalità della produzione muranese
attraverso i lavori di alcune vetrerie “storiche”, di altre di recente
costituzione, nonché di alcuni artisti che parteciparono a titolo personale.
Questo decennio rappresentò, infatti, anche per Murano una
stagione eccezionalmente fertile, in sintonia con il grande fervore dell’epoca
che si viveva nei diversi settori grazie al boom economico e con l’affermazione
della cultura del design.
Protagoniste del periodo furono fornaci “storiche” come la
Venini, con opere di Fulvio Bianconi e Paolo Venini; la Barovier & Toso,
con vetri di Ercole Barovier; la Seguso Vetri d’arte, con Flavio Poli;
l’Aureliano Toso con Dino Martens; la Fratelli Toso con Ermanno Toso o l’AVEM
con le ricerche di Giulio Radi, di Giorgio Ferro e Anzolo Fuga; e la ditta di
incisioni S.A.L.I.R.
Nel padiglione Venezia esposero anchevetrerie di più
recente costituzione come la Gino Cenedese e quelle fondate da abili maestri vetrai
come Alfredo Barbini e Archimede Seguso.
Parallelamente alcuni
artisti, tra cui Ezio Rizzetto, Anzolo Fuga, ma soprattutto lo spazialista
Vinicio Vianello, maturarono un particolare interesse per la materia vitrea che
venne impiegata come mezzo espressivo.
L’esposizione è accompagnata dal relativo catalogo a cura di
Marino Barovier e Carla Sonego, che si propone di illustrare gli oggetti che si
videro in queste edizioni anche attraverso documenti d’epoca.
A priori, on ne penserait pas trouver des souvenirs napoléoniens au musée Condé, dont le nom rend hommage à la dynastie des princes de Condé, dont le dernier représentant, le duc d’Enghien, a été fusillé sur ordre de Bonaparte, alors premier consul.
En réalité, dans la droite ligne réconciliatrice de son père le roi Louis-Philippe, le duc d’Aumale s’est intéressé à la personne de l’Empereur et à son histoire, et a réuni représentations, souvenirs historiques, archives et ouvrages dont un grand nombre sont peu connus ou n’ont jamais été montrés au public. Alors que Caroline Murat, sera mise en valeur au Jeu de Paume, le cabinet des livres exposera les souvenirs méconnus et parfois extraordinaires de son illustre frère.
An intimate first-person account of Kéré’s most influential
architectural Works
Experience Francis Kéré’s inspiring, first-hand perspective
on his creative world. A rich selection of unseen sketches, photos, and
architectural drawings accompanies original stories of 26 projects, from his
renowned schools in Africa to his newest designs across the globe, revealing
Kéré’s experimental, communal, and inventive approach.
Cortile della Biblioteca della facoltà di Architettura dell'Università di Firenze
Sabato 20 e domenica 21 giugno, nel cortile dellaBiblioteca di Architettura dell'Università di Firenze, va in scena una Traviata da Cortile.
Il progetto teatrale e musicale, ideato e narrato da Alessandro Baricco, reinventa il capolavoro di Verdi trasformandolo in un’esperienza collettiva e popolare.
Non un’opera lirica tradizionale, ma un incontro tra concerto in piazza, teatro e festa di paese. Con la direzione musicale di Enrico Melozzi e un cast di interpreti lirici affiancati da fisarmonica, mandolino, ensemble da camera e banda di fiati, la storia di Violetta prende vita in una forma nuova, più vicina e partecipata. Il pubblico non resta seduto a guardare: canta, brinda, entra nella scena, diventando parte della messinscena.