miércoles, 17 de junio de 2026

NATHALIE STUTZMANN NOMMÉE À LA TÊTE DE L'OPMC

 


LA MOSTRA "ETRUSCHI E VENETI" A PALAZZO DUCALE A VENEZIA: LA CURATRICE CHIARA SQUARCINA

Chiara Squarcina, direttrice scientifica della Fondazione Musei Civici di Venezia e curatrice della mostra "Etruschi e Veneti", spiega ad "archeologiavocidalpassato.com" l'importanza dell'esposizione che esplora il ruolo fondamentale dell’acqua nelle pratiche religiose e nella vita sociale di Etruschi e Veneti nel I millennio a.C.


NATCHIQ | ONKEEHQ | ISUWIQ. INDIGENOUS ARTISTS HONOR THE SEAL

April 4 – October 25, 2026

Museum Galleries, Indigenous Art

All seafaring peoples hold relationships to the wild beings living in the waters they call home. Many Indigenous peoples maintain deep ancestral connections with seals.  This exhibition witnesses those relationships across many coasts, honoring everything seals give to us.


Organized by guest curators Nadia Jackinsky-Sethi (Alutiiq), Erin Ggaadimits Ivalu Gingrich (Inupiaq), and Elizabeth James-Perry (Wampanoag), this exhibition highlights seals as a cultural connector for Native communities in Alaska and Inuit Nunangat, showcasing works from the early 1900s to the present.

 Inuit prints, drawings, and carvings from Kinngait and Labrador, Canada, are presented in conversation with contemporary textiles, photographs, and installations by Alaska Native and Inuit artists, exploring new and traditional technologies and personal narratives.

Other contributors include RISD Museum curators María Fernanda Mancera, Conor Moynihan Bonacossa, Kate Irvin, and Dominic Molon. The exhibition was first conceived by RISD faculty member and former curator Laurie Brewer.

https://risdmuseum.org/exhibitions-events/exhibitions/natchiq-onkeehq-isuwiq

ARTE & MODA. MUSEO GULBENKIAN.

18 abr – 21 jun 2026

10:00 – 21:00  Encerrado na terça-feira

O que liga Vivienne Westwood à França do século XVIII, Guo Pei a uma máscara funerária egípcia antiga, Balenciaga com um baixo-relevo assírio ou Alexander McQueen e Givenchy a gravuras japonesas?

A Art & Fashion convida os visitantes a entrar num universo onde a arte respira a moda e a moda desperta a arte. Numa experiência sensorial, as obras de arte da Coleção Gulbenkian dialogam com a criatividade dos maiores couturiers de alta-costura e designers contemporâneos, revelando como formas, símbolos e emoções viajam no tempo.

A exposição tem origem no profundo interesse de Calouste Sarkis Gulbenkian (1869–1955) pelas artes e moda e explora como os gulbenkianos acompanharam as tendências da sua época.

A riqueza e diversidade da Coleção Gulbenkian – com obras de arte que vão do Antigo Egipto ao século XX – permite-nos explorar como certos motivos e temas abordados na história da arte perduram ou são reformulados na moda nacional e internacional contemporânea.

Pinturas, esculturas, joias e objetos dialogam com peças de moda que as reinterpretam, narram, decifram ou completam. São encontros inesperados que mostram como a estética, as ideias e as sensibilidades que habitam a coleção continuam a iluminar o universo da moda.

A exposição é também um convite para compreender como a beleza viaja no tempo. Os vestidos permitem-nos ler aquilo que os textos nem sempre dizem: hierarquias, aspirações, rituais sociais, silêncios e revelações. Desde o retrato clássico ao design contemporâneo, a roupa torna-se um espelho que mostra que a arte e a moda sempre partilharam o desejo de narrar o ser humano.

Ao longo da exposição, mais de 100 obras de arte da Coleção estão expostas juntamente com 140 peças de vestuário desenhadas pela Dior, Balenciaga, Givenchy, Yves Saint Laurent, Versace, Jean-Paul Gaultier, Vivienne Westwood, Alexander McQueen, Guo Pei, Hubert de Givenchy e Azzedine Alaia e, a nível nacional, pela dupla Alves/Gonçalves, José António Tenente, Maria Gambina, Miguel Vieira, Nuno Gama e Nuno Baltazar.

Curada por Eloy Martínez de la Pera, a exposição é acompanhada por um catálogo com fotografias de Jon Cazenave, produzidas exclusivamente para este projeto.

A Art & Fashion faz parte das celebrações do 70.º aniversário da Fundação Calouste Gulbenkian.

https://gulbenkian.pt/museu/en/agenda/art-and-fashion-in-the-gulbenkian-collection/

TROIA E ROMA. MITI, LEGGENDE, STORIE DEL MEDITERRANEO ANTICO. COLOSSEO

12 Giugno 2026 - 18 Ottobre 2026

Il Ministero della Cultura annuncia l’apertura della mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico”, in programma dal 12 giugno al 18 ottobre 2026 presso il Parco archeologico del Colosseo.

L’iniziativa si inserisce nel quadro dell’accordo bilaterale siglato nell’aprile 2025 a Roma tra il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il Ministro della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia, Mehmet Nuri Ersoy, volto a rafforzare la cooperazione culturale tra i due Paesi.

A tale intesa ha fatto seguito, nel dicembre 2025, la sottoscrizione di uno specifico accordo tecnico sulla mostra, presso la Direzione generale dei Beni culturali e dei Musei del Ministero turco, diretto da Birol İnceciköz, da parte di Alfonsina Russo, Capo Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, e Simone Quilici, Direttore del Parco archeologico del Colosseo.

Promossa nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo, la mostra rappresenta un’importante iniziativa di diplomazia culturale finalizzata a consolidare i rapporti tra Italia e Turchia, valorizzando il patrimonio storico e archeologico quale strumento di dialogo, sviluppo sostenibile e crescita socio-economica. L’iniziativa, inoltre, costituisce uno dei più ampi eventi espositivi mai dedicati a Troia, capace di riportare al centro del dibattito scientifico e culturale la complessità storica di un sito a lungo identificato quasi esclusivamente con il mito e di rappresentare il suo legame con Roma.

La mostra è curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Alessio De Cristofaro, Bülent Gönültaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yöndem, Rüstem Aslan.

LA MOSTRA

La mostra presenta più di 300 reperti, provenienti da alcuni dei principali musei italiani e da Troia, molti dei quali esposti per la prima volta in Italia. Grazie al ruolo centrale del Ministero della Cultura e del Turismo turco, sono infatti oltre 220 le opere in prestito da 19 musei turchi, di cui ben 50 mai viste prima dal pubblico italiano. Il percorso espositivo, introdotto da una replica monumentale del Cavallo di Troia, consente di mettere in dialogo testimonianze archeologiche fondamentali per la conoscenza del patrimonio storico e mitico di Ilio con materiali che documentano la diffusione e la rielaborazione del mito di Enea fino alla fondazione di Roma.

Il progetto, elaborato dal Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, prevede inoltre attività di ricerca, disseminazione e valorizzazione, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione scientifica tra Italia e Turchia, promuovere a livello internazionale la conoscenza dei rispettivi patrimoni culturali e favorire modelli di sviluppo basati su un turismo sostenibile e di qualità.

 L’esposizione intende offrire al grande pubblico un racconto organico e scientificamente aggiornato delle vicende culturali e storiche di Troia e Roma, riannodando idealmente i fili del mito, della leggenda e della realtà storica in una narrazione unitaria che abbraccia circa tre millenni di civiltà anatolica e italica. Il percorso si sviluppa lungo un doppio binario, letterario e archeologico, restituendo una lettura critica e comparata delle fonti oggi disponibili.

“Con questa iniziativa di diplomazia culturale – dichiara il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli – proiettiamo sulla scena internazionale la forza narrativa di un mito fondativo, restituendo la concretezza delle evidenze archeologiche di una civiltà originaria e generatrice. Un’esposizione che conferisce all’epica una dimensione tangibile, capace di intrecciare la costruzione mitologica con il luogo che ne è stato matrice e ispirazione”.

“Portiamo la storia epica di Troia al Colosseo, uno dei più importanti punti d’incontro del turismo mondiale, con una mostra che unisce rigore scientifico, tutela e capacità narrative” – dichiara il Ministro della Cultura e del Turismo della Turchia, Mehmet Nuri Ersoy – Questo progetto rende accessibile a un pubblico globale un patrimonio di valore universale e rappresenta un passo significativo nella cooperazione culturale internazionale”.

LE SEZIONI DELLA MOSTRA

La mostra si apre con un’ampia sezione dedicata alla ricostruzione storica, archeologica e topografica del sito di Troia, attraverso un significativo nucleo di reperti provenienti dai musei turchi. Tale sezione offre, inoltre, una panoramica inedita sul mondo ittita e sulle diverse realtà culturali dell’Anatolia del III e II millennio a.C.

La seconda sezione è dedicata alla Guerra di Troia, raccontata a partire dal punto di vista dei Troiani, con particolare attenzione ai protagonisti e agli eventi principali del conflitto. Ampio spazio è riservato alla figura di Omero e al tema della tradizione epica, analizzata nei suoi risvolti filologici, storici e antropologici. La sezione si conclude con la caduta della città (Ilioupersis) e l’avvio della diaspora che vede protagonista Enea.

La terza sezione approfondisce il viaggio di Enea, ricostruito sulla base delle tradizioni letterarie – da Stesicoro a Virgilio – e della documentazione archeologica. Particolare rilievo è attribuito ai contesti italiani, con la valorizzazione di siti dell’Italia meridionale, della Sicilia e del Lazio legati al passaggio dell’eroe troiano. La sezione propone anche un quadro ricostruttivo del Lazio tra il XII e il IX secolo a.C., offrendo strumenti interpretativi per una contestualizzazione storica del mito.

La quarta sezione è dedicata al mito di Romolo e alla fondazione di Roma, attraverso l’analisi delle principali tradizioni e la presentazione di reperti e testimonianze figurative di grande rilevanza. Viene ricostruito il quadro della Roma arcaica e approfondito il processo attraverso il quale i Romani elaborarono la propria origine troiana, elemento centrale nella costruzione dell’identità politica e ideologica della città. La sezione si conclude con un focus sull’età augustea, su Virgilio e sulla canonizzazione della saga eneadica.

Attraverso il racconto di figure emblematiche quali Paride, Elena, Priamo, Ecuba, Cassandra, Ettore, Agamennone, Menelao, Achille, Patroclo, Enea, Lavinia, Ascanio e Romolo, la mostra propone un viaggio critico e accessibile nella memoria condivisa del Mediterraneo, evidenziando la perdurante attualità di miti e storie che continuano a costituire un ponte tra passato e presente.

https://colosseo.it/evento/troia-e-roma/

TOSCA – TEATRO REGIO TORINO

 13 giugno 2026

Questa volta racconto un fatto personale! Tanti, ma proprio tanti anni fa, ai tempi della rivoluzione studentesca culturale del ‘68 non ascoltavo né musica sinfonica, nè lirica … per il solo fatto che era ascoltata dai miei genitori e nonni, quindi per contrapposizione generazionale! Contrapposizione che si è sciolta ascoltando dall’autoradio estraibile Franco Corellli nel ‘Lucean le stelle’.. dalla Tosca di Puccini e con la musica lirica fu... AMORE A PRIMA VISTA!

Musica di Giacomo Puccini

Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa

tratto dal dramma La Tosca di Victorien Sardou

Andrea Battistoni direttore d'orchestra

Stefano Poda regia, scene, costumi, coreografia e luci

Paolo Giani Cei regista collaboratore

Claudio Fenoglio maestro del coro di voci bianche

Gea Garatti Ansini maestro del coro

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche Teatro Regio Torino

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino

In coproduzione con Аbау Kazakh National Ореrа

Ekaterina Sannikova Floria Tosca

Vincenzo Costanzo Mario Cavaradossi

Claudio Sgura Scarpia

Matteo Torcaso Il sagrestano

Daniel Umbelino Spoletta

Igor Durlovski Cesare Angelotti

Eduardo Martínez Sciarrone

Lorenzo Battagion Un carceriere

Roberto Calamo Un carceriere

Tosca è un’opera lirica poeticamente feconda di arie divenute celebri ed amate in tutto il mondo! Chi non conosce ed ama «Recondita armonia», «Vissi d’arte», «E lucevan le stelle»?

Come racconta lo stesso visionario realizzatore scenico in toto -regia, scene,costumi, luci, coreografia- ovvero il Premio Abbiati 2023 Stefano Poda, Tosca è ambientata

tra il dualismo fra il settecento ormai decadente e l’ottocento dalle grandi speranze di rinnovamento civile e sociale in una romanità fatta di marmi e simbolismi.

Alla presentazione di questa edizione di Tosca, il Polo culturale Marengo con l’Unione giornalisti e i Comunicatori europei hanno consegnato a Poda ed al direttore musicale del Regio di Torino Andrea Battistoni, la Medaglia di Marengo a evidenziare il legame storico tra il libretto di Illica e Giacosa e la vittoria di Napoleone alla Mattaglia di Marengo il 14 giugno 1800.

Il capolavoro pucciniano nell’arte di Stefano Poda in collaborazione con Paolo Giami Cei, diviene, se possibile, ancora più capolavoro, riuscendo con essenzialità a creare spettacolarità e visualizzare il dialogo tra un passato recalcitrante a finire e la contemporaneità che paga cari prezzi per realizzarsi; viene data una chiave di lettura affascinante e coinvolgente che trasporta lo spettatore in un mondo cognitivo ed al tempo stesso pura emozione travolto da una realizzazione spettacolare ed attrattiva sospesa in una costruzione impalpabile seppur definita.

 La Roma pontificia con una feroce polizia che reprime e sopprime i seguaci di Bonaparte e i loro sostenitori e collaboratori, è palcoscenico di un giallo storico ricco di colpi di scena amplificati dalla musica di Puccini che esalta ogni singolo personaggio ed offre ad ogni interprete la possibilità di esprimere vocalità e sentimento in unicum esaltante.

Venendo a qualche dettaglio possiamo individuare al primo atto le teche delineate solo dai bordi illuminati con Santi e Madonna sovrastati da ologrammi classici tridimesionali in continuo avvicendamento, sempre rigorosamente bianchi per interrompere con classe e maestria l’uniformità del colore grigio nelle varie tonalità ed il marmo dei palazzi romani. Interessante la sintonizzazione tra i toni più bassi dell’orchestra con il colpo di cannone a fuoco. 

Nel secondo atto spicca il Papa re che con cenni di direzione d’orchestra e coro, con paludamenti preziosi sovrasta la scena ad imperare su tutto quando gli sottostà. All’ultimo atto interessante l’ologramma della sola ala bianca dell’angelo a simboleggiare l’intero palazzo e...colpo di teatro Tosca non si butta dal Castello, ma è una parete del castello che cade (crollo dell’epoca e del sistema…) lasciando Tosca da sola in piedi: sola, ma vincitrice! Ancora un apprezzamento per i vari piani di scena sapientemente utilizzati per l’architettura dei vari momenti, la cappella degli Attavanti, la prigione e la fucilazione che hanno contribuito a circoscrivere con definizione i vari momenti e ambientazioni della narrazione.

 Una menzione ai costumi di grande cura ed attenzione, come per le guardie pontificie che indossano uniformi replicanti i colori clericali, il nero e il rosso creando una comunicazione filologica che coinvolge anche

visivamente lo spettatore.. Ottimi i movimenti coreografici sempre improntati alla eleganza di movimento e all’impreziosimento della realizzazione.

Un plauso ai cori di livello superbo e unicum con il tutto.

Altro plauso all’orchestra ed al suo direttore musicale Andrea Battistoni che insieme traggono momenti di assoluta liricità e di estrema bellezza: commovente partecipazione e fuoco di emozioni.

Venendo al cast:

Katerina Sannikova, elegante ed accorata Floria Tosca, commuove facendo rivivere la passione in tutto l’arco di colori, dal più passionale, al più cupo raggiungendo livelli vocali e scenici di tutto risalto insieme a Vincenzo Costanzo fieramente interprete di Cavaradossi. Scarpia, il potente sconfitto ed ucciso ‘da una donna’ è superbamente reso da Claudio Sgura in eccellente forma.

Per semplicità e sintesi possiamo elogiare i vari interpreti ovvero Daniel Umbellino, Igor Durlovski, Eduardo Martinez, Lorenzo Battagion e Roberto Calanno. Tutti in ruolo e ben inseriti nell’azione scenica.

In Tosca il coro ha ruolo determinante e non possiamo che applaudire Claudio Fenoglio maestro del coro di voci bianche e Gea Garatti Ansini maestro del coro.

La Musica vince sempre

Renzo Bellardone

credit foto: Daniele Ratti – Mattia Gai

domingo, 14 de junio de 2026

EL GATO MONTÉS DE MANUEL PENELLA, EMBLEMÁTICA PRODUCCIÓN EN EL TEATRO DE LA ZARZUELA

 Ópera popular española en tres actos y cinco cuadros. Música y libreto: MANUEL PENELLA. Teatro de La Zarzuela. Segundo elenco. 13 de junio, 2026

Ficha Artística

Dirección musical   JOSÉ MIGUEL PÉREZ-SIERRA

Dirección de escena   CHRISTOF LOY

Escenografía   MANUEL LA CASTA

Vestuario   ROBBY DUIVEMAN

Iluminación   ALBERT FAURA

Movimiento escénico   MÓNICA DOMÍNGUEZ

Reparto

Juanillo  BORJA QUIZA

Soleá   MIREN URBIETA-VEGA

Rafael   RAFAEL HUMBERTO ROJAS

Frasquita   MILAGROS MARTÍN

Gitana   MARÍA LUISA CORBACHO

Padre Antón   MANEL ESTEVE

Hormigón   GERARDO BULLÓN

Loliya   ADRIANA VIÑUELA*

Caireles   PABLO GÁLVEZ

Pezuño   ALONSO GABARRÚS

Recalcao   ALBERTO CAMÓN*

Pastorcillo   SARA ROSIQUE/PATRICIA ILLERA*

Vendedor   JAVIER ALONSO*

Alguacilillo   ALBERTO CAMÓN *

Peones   JOAQUÍN CÓRDOBA / PEDRO PRIOR / DAVID VILLEGAS*

(* Integrantes del Coro Titular del Teatro de la Zarzuela)

Orquesta de la Comunidad de Madrid, Titular del Teatro de La Zarzuela

Director  José Miguel Pérez-Sierra

Coro del Teatro de La Zarzuela. Director   Antonio Fauró

Pequeños Cantores de la ORCAM. Directora: Ana González

Se escribe que la ópera española “El gato Montés” tuvo diferentes versiones en producciones históricas con artistas como Miguel Roa y Emilio Sagi, con cantantes de la talla de Plácido Domingo o puestas, más recientemente con Óliver Díaz o Cristóbal Soler y José Carlos Plaza.

La que se propone este año y que finaliza el “curso” del Teatro antes de la pausa estival, cuenta con el frecuentado y de moda director de escena alemán Christof Loy, sobre todo presente en nuestro territorio, en el Teatro Real. Se la había encomendado en su día Daniel Bianco, el anterior director artístico del Teatro de la Zarzuela.

Los expertos de la sala de la plazuela de Teresa Berganza, la consideran una propuesta ambiciosa, apuesta clara de Penella por la ópera popular española. El celebérrimo pasodoble con el que muchos diestros enhebran su paseíllo en las plazas casi oculta la existencia de la gran obra del artista. Forma parte de la estructura emocional y atávica de los españoles. Es icónico. Una vez más la tauromaquia, no como arte, sino como ceremonial truculento del sacrificio  del toro.

Penella llevó su partitura por España y América —desde Argentina a Estados Unidos— con un considerable éxito. Ahora vuelve a este escenario, perfumada a partir del ambiente decimonónico de la Carmen de Georges Bizet, aunque la del maestro valenciano es una respuesta local, la que muchos interpretaron como una construcción más realista de las tragedias patrias con dama, torero y galán multiforme frente a la Carmen concebida por la pluma de Mérimée, más idealizada y romántica.

El Gato Montés es una síntesis dramática y estética que se instala en el tenebrismo español y enlaza melodías con gran vuelo a lo largo de sus tres actos y cinco cuadros.

Se trata de la primera producción que Christof Loy va a hacer en el Teatro de la Zarzuela. Cualquier artista tiene al alcance de su psiquis y su talento, la interpretación y plasmación de realidades diferentes a las suyas propias o a las de su cultura. En este caso, con Loy se echa de menos la descripción de una España donde faltan los trajes de lunares, las rejas, los balcones, las peinetas y los geranios, los trajes de luces de los matadores, la algarabía- en fin- por poner solo unos ejemplos trillados. Y claro está, “La niña que riega la albahaca” (si hubiera que hacer un guiño amoroso y entregado a Federico). La pasión, esta vez, parece un comportamiento aprendido no el torrente sanguíneo que fluye desde las arterias de un individuo o de un pueblo.

La abstracción germanizante casa bien con un Wagner o un Ricahrd Strauss pero congela en parte esa alma andaluza donde se fragua esta tragedia, a pesar del lenguaje del sur que se quiere evocar de modo genérico y falto de matices (la desaparición de consonantes, la falta de pronunciación de la “Z” …). En la primera escena, se piensa en Federico García Lorca y sus mujeres: contraídas, rígidas, inmersas en un entorno asfixiante y predeterminado por el lugar y la época. Los hombres imponen el orden patriarcal (el marido, el amante, el novio o el cura), pero siempre una función, una geografía lírica, deberían verse con una mirada opinable. Hay para todos los gustos.  

Porque se encuentra mucho de subjetivo en el placer y la apreciación de una obra de arte. Hay comunicabilidad, empatía, proyección del oyente y el espectador, o no la hay. En cualquier caso, no falta el “Sensucht” (anhelo, añoranza, nostalgia) del que hablaba el musicólogo Carlos Suffern (de conmovida memoria) y eso sí lo puede ofrecer la narrativa alemana. Muy a menudo, como decía Jean Paul Sartre en su obra teatral Huis Clos (1944), L´enfer, c´est les autres” (“El infierno son los otros”).

La escenografía de Manuel la casta, fría, en blancos rotos, grises o tonos oscuros, concuerda muy bien con el imaginario de Loy, así como el vestuario algo anodino e intemporal de Robby Duiveman y la iluminación de Albert Faura, que sin embargo aporta positividad al corpus, al igual que el movimiento escénico de Mónica Domínguez. Hay como un toque helado del máximo exponente del paisajismo alemán, Caspar David Friedrich (1774-1840) en la escena, pero la música, con la orquesta y los cantantes, le devuelven el calor, la temperatura vital.

Un aparte para el programa- joya de pago, exhaustivo y cuidadísimo, como todos los de La Zarzuela y la aportación de uno más breve que no obliga a la audiencia a rastrear el código habitual por los pasillos del teatro.

La Orquesta de la Comunidad de Madrid estuvo a la altura del empuje de una batuta sabia y conocedora de la obra y sus particularidades como la de José Miguel Pérez-Sierra, siempre admirado y esperado, confiable, franco en el pedir homogeneidad y delicadeza a los músicos, con una interpretación aquilatada y sensible del ambiente operístico, atendiendo al equilibrio sonoro-complicado- con los cantantes.

El Coro Titular del Teatro de la Zarzuela, dirigido por Antonio Fauró, continúa escandiendo zarzuelas y óperas con una facilidad que proviene de una labor concienzuda y constante de las voces, atenta. Muy bien. Lo mismo podría comentarse del trabajo incansable de la directora Ana González, al frente del Coro de los Pequeños Cantores de la ORCAM, a punto, en orden y con una dedicación extrema a la hora de captar climas y descifrar atmósferas musicales.

Borja Quiza, barítono, es en el segundo elenco, Juanillo, el Gato Montés. Nacido en Ortigueira, La Coruña, ha actuado en grandes teatros de ópera nacionales e internacionales. En el Teatro de la Zarzuela es muy conocido y apreciado (ver “El barberillo de Lavapiés” o “Pan y toros” y “La verbena de la Paloma”). Frente a otras interpretaciones del rol en apariencia más robustas o viriles, su Gato tiene mucho de doliente, de resignado, de profundamente humano. No hay ferocidad en él sino una herida original profunda y grande. Y un interminable lamento. Ese que se llevó al monte.

La voz de Quiza es de una galanía evidente, y la dota de todos los claroscuros que su capacidad de captar un personaje pone a su disposición.

Miren Urbieta-Vega, soprano lírica vasca, compone una Soleá dulce y algo melancólica, muy lejana de aquella Carmen francesa que caracoleaba en ese mundo de gitanos, toreadores y soldadesca. “Hay mucha presencia vocal y frases muy líricas y amplias”, que resuelve Miren con facilidad y elegancia. Es segura y convence plenamente. Premiada además en los concursos Francesc Viñas (2014), Premios Líricos Campoamor (2015), Concurso Internacional de Bilbao (2012) y Concours Bordeaux Médoc Lyrique (2016).

Rafael Humberto Rojas, es un torero versátil, con temperamento y conciencia de su posición en la vida y en el ruedo. Religioso, como suelen serlo los toreros, quiere claridad en las cuestiones personales y cuando la situación se oscurece vuelve al refugio sempiterno y freudiano de la figura materna. Mexicano, cuenta con un timbre y una emisión claras, un instrumento fresco. Sobre su papel expresó:” Es sumamente complejo y difícil de interpretar. Al acercarse a ese perfil hay que tener en cuenta esos fantasmas de a donde se puede llegar cuando uno no está en contacto con ese tipo de maneras de expresar una masculinidad”.

La gitana María Luisa Corbacho, buena voz, (igual que la Soleá protagonista, pero más racial y arquetípica) lee las cartas con malos augurios mientras se desliza cautamente entre la concurrencia. Cumple con un rol, un oficio, no por conocido menos afilado y conseguido.

Milagros Martín, mezzosoprano, interpreta a una madre andaluza reconocible, un modelo y se trata de una cantante habitual en el Teatro de la calle de Jovellanos: su repertorio es amplísimo. Desempeña siempre una labor vocal y teatral sin fallas.



El Padre Antón que declinó el barítono catalán Manel Esteve fue de una pieza, el único elemento luminoso y paciente en una ópera donde casi todos van traspasando los límites y corriendo hacia la muerte sin remedio. Bella y sedosa voz baritonal. Excelentes el madrileño Gerardo Bullón como Hormigón y acertados en sus apariciones más cortas Adriana Viñuela como Loliya, Pablo Gálvez, Caireles, Alonso Gabarrús, el Pezuño, Alberto Camón, Recalao y los pastorcillos Sara Rosique y Patricia Illera.

Hubo muchos aplausos y la sala estaba al completo, organizada la distribución de asientos y de los tiempos en el intervalo, como siempre, por los responsables de sala que hacen su labor como si fuera su primer día. El Teatro de La Zarzuela- ya se dijo reiteradamente- es habitualmente un proyecto de equipo, no solo musical y teatral, sino además humano. Fina y sutil arquitectura de encajes y puntillas. Gracias a todos y excelente verano.

Alicia Perris