lunes, 2 de noviembre de 2026

MOULIN BANDE ANNONCE (2026) GILLES LELLOUCHE. RESISTENZA: 2 NOVEMBRE 1975. IDROSCALO DI OSTIA, P.P. PASOLINI VIENE AMMAZZATO

Jean Moulin parachute en France occupée et unit les résistants sous de Gaulle. Capturé et torturé par le chef de la Gestapo Klaus Barbie, son silence absolu contribue à la libération de la France.

MOULIN Bande Annonce (2026) Gilles Lellouche, Lars Eidinger, Louise Bourgoin


RESISTENZA

SEMPLICEMENTE PASOLINI
2 novembre 1975. Idroscalo di Ostia. Pier Paolo Pasolini viene ammazzato.
Avevo quindici anni. Di quei giorni mi è rimasto in testa soprattutto il brusio. Se ne parlava dappertutto. A scuola, per strada, con la televisione accesa durante i pasti. Tutti avevano qualcosa da dire, anche quelli che non sapevano niente. Era una specie di eccitazione sporca, travestita da dolore. Alle edicole, le fotografie del cadavere stavano in bella mostra, accanto al Corriere dello Sport.
Pochi mesi dopo, in casa, sulla mensola della libreria di mia sorella, appare un volume: Scritti corsari. Copertina rossa, titolo bianco. Mi ci tuffo senza sapere bene in cosa sto entrando. Non era solo un libro. Era un ordigno.
«Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero.»
Quelle righe raccontavano una malattia che avevo sempre avuto sotto gli occhi, ma alla quale non sapevo ancora dare un nome. Il conformismo, la gente che diventava tutta uguale. La voglia di arrendersi senza nemmeno accorgersene. Non ero d’accordo su tutto. Certe cose che diceva sui “capelloni” o sui poliziotti mi sembravano esagerate, persino sbagliate. Ma non lo leggevo per sentirmi dare ragione. Lo leggevo perché riusciva a guardare dove gli altri giravano la testa.
Pier Paolo Pasolini è stato, anche e soprattutto, un intellettuale fieramente antifascista. «Il fascismo è la codificazione del fondo brutalmente egoista di una società.» Non c’è definizione più tagliente. Il fascismo, per Pasolini, non è solo una stagione brutalmente politica: è un carattere nazionale. Un istinto di sopraffazione che si rinnova nei linguaggi, nelle relazioni. È l’egoismo come ideologia di massa.
A Pasolini non mancava il coraggio civile: il coraggio di dire quando tutti tacevano, di esporsi sapendo che gli sarebbe costato caro. «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani.»
“Io so”: due parole che pesano ancora. Sapeva che il potere aveva cambiato volto, che la televisione stava educando l’obbedienza, che il nuovo fascismo sarebbe stato modernizzato, accettato. In Lettere luterane Pasolini va oltre la denuncia. Il potere, scrive, non si limita a governare. Vuole educare, plasmare, normalizzare. Pretende di entrare dentro i corpi, dentro le teste. Di riscrivere i desideri. È un potere pedagogico e insieme feroce. Vuole cittadini che si sentano liberi mentre vengono addestrati. Consumatori felici della propria alienazione. Il nuovo fascismo, scriveva, è «un sistema di valori che coincide perfettamente con i valori della produzione e del consumo.»
Eccola, la diagnosi finale.
«La tragedia è che non ci sono più esseri umani. Ci sono strane macchine che sbattono una contro l’altra. E questa tragedia è iniziata con quell’universale, obbligatorio e perverso sistema di educazione che forma tutti noi: dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri, che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto, ogni cosa, a tutti i costi. Ecco il motivo per cui vogliono tutti le stesse cose e si comportano allo stesso modo.»
Bisognerebbe impararlo a memoria. Una società che ha smesso di pensare, che non conosce più l’empatia né la misura. Senza più memoria, senza più coscienza. Pasolini lo aveva visto arrivare mezzo secolo fa. E noi, che abitiamo il suo presagio, non abbiamo ancora trovato il modo di uscirne.
Pasolini non è stato un santo né un martire, ma un uomo che ha avuto il coraggio di non abbassare mai lo sguardo.
«Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine.» Lì dentro, c’è tutta la sua condanna.

Alfredo Facchini

TIZIANO. DIALOGHI TRA SACRO E PROFANO. LA GALLERIA BORGHESE INCONTRA L’ANNUNCIAZIONE DELLA CATTEDRALE DI TREVISO

Dal 20 ottobre all’8 dicembre 2026, la Galleria Borghese ospita “Tiziano. Dialoghi tra Sacro e Profano. La Galleria Borghese incontra l’Annunciazione della cattedrale di Treviso”, a cura di Maria Giovanna Sarti. La mostra dossier propone per la prima volta un confronto diretto tra l’Annunciazione di Tiziano, proveniente dalla cattedrale di Treviso, e le opere del maestro veneto già conservate nelle sale del museo.

L’iniziativa fa parte delle celebrazioni per il 450° anniversario della morte di Tiziano e prosegue il percorso delle mostre dossier con cui la Galleria Borghese approfondisce singoli temi o nuclei della propria collezione attraverso il confronto con opere provenienti da altre istituzioni. Un format inaugurato nel 2022 proprio con un progetto dedicato a Tiziano: “Tiziano. Dialoghi di Natura e di Amore”, che aveva accostato la Ninfa e Pastore del Kunsthistorisches Museum di Vienna ad alcuni dipinti tizianeschi della collezione Borghese. 

Il fulcro della mostra è l’Annunciazione della cattedrale di Treviso, trasferita temporaneamente a Roma in occasione dei lavori di restauro degli affreschi realizzati dal Pordenone nella cappella Malchiostro. Prima del prestito, la tavola è stata interessata da un importante intervento conservativo, che ha permesso di acquisire nuovi elementi per la sua interpretazione. Tra questi, un’iscrizione con la data, la firma di Tiziano e un riferimento alla committenza.

La mostra è realizzata grazie al generoso prestito della Diocesi di Treviso, con il contributo scientifico della Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore e con la collaborazione della Magnifica Comunità di Cadore, con il supporto di DBA Group.

https://galleriaborghese.cultura.gov.it/exhibition/tiziano-dialoghi-tra-sacro-e-profano/

LE FANTÔME DE L'OPÉRA BANDE ANNONCE (2026) DEVA CASSEL, ROMAIN DURIS

 Dans le Paris moderne, la danseuse Anastasia rejoint l'Opéra Garnier et répète l'opéra maudit Orphée, prétendument composé par le Fantôme. Elle tombe amoureuse d'un pianiste mystérieux alors que la première approche.

LE FANTÔME DE L'OPÉRA Bande Annonce (2026) Deva Cassel, Julien De Saint Jean, Romain Duris



LE SAVOIR EN TROMPE-L’ŒIL. CORÉE, 18E-20E S. MUSÉE GUIMET - IÉNA

16 septembre 2026 – 4 janvier 2027

Une plongée fascinante à la découverte d'un art du trompe-l'oeil en Corée, entre bibliothèques savantes et mondes oniriques !

À quoi peut servir une bibliothèque lorsque le temps manque pour lire ? À l’heure où le savoir circule sur les écrans, s’évader par la lecture devient parfois un luxe et la bibliothèque est alors souvent plus regardée que pratiquée.

Ce dilemme n’est pas nouveau. Dans la Corée de la fin du 18e siècle, le roi Jeongjo (r. 1776-1800) y est déjà confronté. Pris par les affaires de l’État, n’ayant que peu le temps de lire, il passe commande aux artistes officiels de l’Académie royale de peinture de réaliser un paravent reprenant sa bibliothèque en trompe-l’œil, pour rester proche de ses livres. Il trouve ainsi dans la contemplation de cette peinture un moyen de demeurer symboliquement entouré de ses précieux ouvrages : un trompe-l’œil prolongeant l’esprit du cabinet d’étude, stimulant la vertu, la curiosité et la conversation savante.

Les ambassades coréennes à Pékin jouent alors un rôle déterminant. Les envoyés de Joseon y découvrent les cabinets de trésors chinois, ainsi que l’art jésuite de la perspective, diffusé à la cour des Qing et dans les églises de la capitale impériale par les artistes européens. L’alliance entre l’accumulation érudite chinoise et le savoir-faire européen en matière de trompe-l’œil nourrit l’inventivité des peintres coréens, qui développent un usage singulier de la perspective, le chaekgeori.

Pour la première fois au musée Guimet, une exposition redonne à ce mouvement pictural sa place centrale, loin de l’image folklorique ou purement décorative qui lui est trop souvent associée.

 Elle tisse des liens entre l’art jésuite et l’art coréen, montre l’impact des ambassades coréennes à la cour de Chine, notamment à travers un exceptionnel rouleau peint de plus de cinq mètres du 18e siècle présenté pour la première fois, et révèle la diffusion des codes de la perspective grâce à des œuvres provenant du Louvre et du Asian Civilisation Museum de Singapour. Elle démontre également que la Corée du Joseon était tout l’inverse d’un « royaume ermite » mais un pays ouvert, curieux, en dialogue constant avec le monde.

Chez les lettrés de Corée, livres, porcelaines ou objets précieux peuplent d'étonnants trompe-l'œil, où le savoir devient art.


Au-delà du folklore et de l'ornement, entrez dans un univers prestigieux, entre bibliothèques savantes et mondes oniriques.

Une exposition qui fait se rencontrer et dialoguer d'exceptionnels paravents coréens et les objets, bien réels, qui les composent.

Bien avant Instagram ou Pinterest, ils dévoilent ce que l'on rêve de posséder.

Une exposition organisée avec le soutien de Korean Air

Dans le cadre de l'année Corée au musée Guimet

APHRODITE EXHIBITION. ASHMOLEAN MUSEUM

 8 October 2026 - 11 April 2027.

The civilisations that first created Aphrodite disappeared long ago. Her image never did.

Step into the world of Aphrodite, the Greek goddess of love, beauty and desire – later worshipped by the Romans as Venus – in this major exhibition.

Few figures in human history, and fewer women still, have remained so influential for more than 5,000 years. From her earliest origins on the island of Cyprus to her enduring presence in art, fashion and popular culture, Aphrodite has been continually reimagined across the centuries.

Bringing together archaeology, sculpture, painting, contemporary art and fashion, the exhibition traces Aphrodite's remarkable journey through the ancient Greek and Roman worlds, Renaissance Europe, and into the present day. Discover the myths, images and ideas that transformed an ancient deity into one of the most recognisable figures in Western culture.

Featuring over 150 extraordinary objects spanning more than 5,000 years of history, this major exhibition offers a fresh perspective on how Aphrodite's image has shaped changing ideas of beauty, love, femininity and desire, and why she continues to captivate us today.

Aphrodite, the Greek goddess of love, beauty, and desire who later became worshipped by the Romans as Venus. Today, she is thought of as a symbol of passion and beauty but her story is far older and more complex. Uncover the making of a goddess whose legacy still shapes our ideas of love and beauty today.

https://www.ashmolean.org/exhibition/aphrodite-the-making-of-a-goddess#collapse5784771

THE BAYEUX TAPESTRY. A HISTORIC LOAN FROM FRANCE. BRITISH MUSEUM

 Experience / 10 September 2026 – 11 July 2027

For the first time since it was made nearly 1,000 years ago, the Bayeux Tapestry has returned to England.

Following a historic agreement with France, the 70-metre-long tapestry, depicting events leading up to the Battle of Hastings and the Norman Conquest of England in 1066, is being loaned to the British Museum from September 2026 to July 2027.


This monumental embroidery tells the dramatic story of a moment that changed England forever. No year in the country's history is more famous than 1066. 

It was the last time England was successfully invaded, and it is the year from which the modern monarchy dates itself. And there is no other object that is as instantly recognisable, as studied in schools and as copied by artists as the Bayeux Tapestry.

 

One of the wonders of the medieval world, the Tapestry offers a vision of life in 11th-century England both before and after the Conquest, from castles, warfare and ships to clothing, food and furniture. Likely commissioned by a Norman patron and made by English embroiderers, using manuscript drawings from Canterbury, the Tapestry is both a precious historical record and a remarkable work of art.

https://www.britishmuseum.org/exhibitions/bayeux-tapestry

jueves, 29 de octubre de 2026

LA LONDON PHILARMONIC ORCHESTRA Y SOLISTAS, BRILLANTES RECORDANDO A PAU CASALS CON SUS OBRAS, BRAHMS Y SIBELIUS, EN EL AUDITORIO NACIONAL

London Philarmonic Orchestra. Obras de Casals, Brahms y Sibelius. Auditorio Nacional, Madrid, 28 de octubre de 2026

Programa

Pau Casals (1876-1973)

Preludio de El pessebre

Johannes Brahms (1833-1897)

Concierto para violín y violonchelo en la menor, op. 102 (Doble concierto)

Allegro

Andante3

Vicace ma non troppo

Segunda Parte

Jean Sibelius (1865-1957)

Sinfonía nº 5 en mi bemol mayor, op. 82

Tempo molto moderato. Allegro moderato- Presto

Andante mosso, quasi allegretto

Allegro molto, misterioso

Director, Edward Gardner

Violín, Julia Fischer

Violonchelo, Daniel Müller-Schott

“Tanto en el arte como en la vida, todos los hombres, sean de donde sean, comprenderán el lenguaje que sale del corazón” (Pau Casals, durante la presentación del oratorio El pessebre).

Tal como han señalado los responsables de la Fundación Pau Casals, Ibermúsica y glosó Futura Comunicación, inspiradores de esta ceremonia, al comienzo del acto de recuerdo se pidió un minuto de silencio en memoria de las víctimas del accidente de tren a primera hora de la mañana en Toledo y se escucharon las condolencias de la organización, que precedieron el sentido concierto de homenaje al músico, compositor y dirección de orquesta, Pau Casals, para conmemorar los 150 años de su nacimiento. Así, también el Instituto Nacional de las Artes Escénicas y de la Música del Ministerio de Cultura quiso trasladar sus condolencias a las familias y seres queridos de las víctimas del accidente ferroviario sucedido en Urda.

La London Philarmonic Orchestra (LPO) reconocida formación británica, bajo la batuta de Edward Gardner, junto a los solistas Julia Fischer y Daniel Müller-Schott, fue la encargada de dirigir una velada que comenzó y concluyó, además, como un respetuoso homenaje a los fallecidos y heridos y a sus familias, del accidente ferroviario ocurrido por la mañana de la función, en la ruta Madrid-Andalucía. Un día de luto para toda España.

El concierto, una de las grandes convocatorias de la conmemoración Internacional Casals 150: Música para la Paz, sobre la que el propio violonchelista escribió: “Mi contribución a la paz, podrá ser pequeña, pero al menos lo daré todo por un ideal que para mí es sagrado”. En efecto, la relación del maestro con la LPO fue muy especial: el 29 de septiembre de 1963 dirigió en a esta formación y su coro, en El Pessebre, convirtiendo aquella interpretación en un canto de esperanza que hoy se recuerda con admiración y agradecimiento.

El preludio del Pessebre, tiene perfume pastoril, folklórico y amable, casi feliz y jocoso, por momentos, de reflexión pausada, otros, en una pieza restringida en el tiempo de ejecución que condensa una geografía de sentimientos y antropología. Unida a la historia del propio Casals, con su habitual fidelidad a Bach y concebido desde el dolor del exilio y como un clamor universal de paz, este breve preludio entrelaza de esta forma, tintes folclóricos catalanes con una escritura contrapuntística que toma su inspiración directa del músico alemán.

La interpretación de este fragmento introductorio por parte de la London Philarmonic y su director, Edward Gardner fue majestuoso, ajustado, sin desbordamientos, con una meticulosidad casi germánica. Bien pautada, perfectamente interpretada y ejecutada también, por un grupo de músicos que sin embargo no recordaba en número, la afluencia sonora de las macroformaciones musicales.  

En otro estilo, otorgando gran preponderancia a los dos solistas presentes de la cuerda, el Doble concierto para violín y violonchelo de Brahms nos retrotrae al estío en el lago suizo de Thun. Dedicada al violinista Joseph Joachim, esta partitura nació con la intención explícita de recuperar una amistad rota, tal como se explica con claridad en las notas al concierto perfectamente inspiradas del cronista. Se trata de un diálogo intenso y de una comunicación febril entre los dos solistas, que simboliza musicalmente esa búsqueda de equilibrio, olvido de las afrentas y finalmente, reconciliación, que baña toda esta creación brahmsiana.

La violinista, Julia Fischer (Múnich, 15 de junio de 1983) es además una importante pianista alemana. Comienza el estudio del violín a la edad de cuatro años con el Método Suzuki. Es admitida en el Conservatorio Leopold Mozart de Augsburgo teniendo como profesora a Lydia Dubrowskaya; a la edad de nueve años continúa luego en la Academia de Música de Múnich con Ana Chumachenco. Ha recibido numerosos premios, realizado grabaciones y actuado con formaciones y directores de orquesta de mucho prestigio. Sólo un ejemplo: para el Teatro de La Scala de Milán en 2003, el Concierto para violín n.º 3 (Mozart) en el Teatro degli Arcimboldi y en 2005 el Concierto para violín n.º 2 de Prokófiev dirigida por Lorin Maazel. En 2005 se realiza el Concierto para violín de Brahms con la Orquesta Sinfónica de Radio Berlín en el Teatro comunale Luciano Pavarotti de Módena.

Fisher tiene una sensibilidad a flor de piel. Vestida en tonos burdeos con falda estampada, su capacidad para comunicarse con el concertino, el director, su compañero en el violonchelo y el público de la sala, es prodigiosa. Femenina y refinada, girándose continuamente en los momentos en que no blandía el violín como un arma de poderosa cadencia, deleitó con su gran fuerza técnica e interpretativa.

Ha disfrutado y sigue haciéndolo en los instrumentos de los mejores luthiers: Guarnieri, Stradivarius, Guadagnini de 1742 o uno muy actual de 2018, de Philipp Augustin. Forma una pareja musical excelente y compenetrada hasta el final con el chelista Daniel Müller-Chott, un artista a quien el New York Times define como alguien de una “expresividad intensa” y un “intérprete audaz con una técnica excepcional”. Abrazos, ramos de flores y reiterados saludos a la audiencia que les dedicó muchísimos aplausos, sellaron esa fantástica compenetración.

Muy aplaudidos luego del concierto de Brahms, brindaron como encore “El canto de los pájaros” del maestro Casals, que vino si cabe, a inundar de una mayor profundidad y recogimiento a los propios músicos, recatados y emocionados pero sin embargo y a la vez vibrantes, en esta casi oración contemplativa y serena.

Para terminar, la Sinfonía n.º 5 en mi bemol mayor, Op. 82 fue compuesta por Jean Sibelius entre 1915 y 1919. Se dice que durante la Primera Guerra Mundial los contactos de Sibelius con el mundo exterior eran escasos por la guerra y las presiones financieras le obligaron a producir un gran número de pequeñas piezas para editores finlandeses. Al mismo tiempo, planeaba un nuevo tipo de sinfonía. En el verano de 1914, justo después del estallido de la Primera Guerra Mundial, escribió que había tenido una idea para "un tema encantador". En otoño de 1914 escribió una profecía a su amigo Axel Carpelan: "Otra profundidad de miseria. Pero ya puedo vislumbrar la montaña a la que ascenderé (...) Dios está abriendo sus puertas por un momento, y su orquesta está tocando la quinta sinfonía."

El compositor recibió por parte del gobierno finlandés el encargo de escribir una sinfonía para celebrar su quincuagésimo cumpleaños, que fue declarado día de fiesta nacional en Finlandia. La tercera y última versión de esta partitura fue estrenada el 24 de noviembre de 1919 por el propio compositor junto con la Filarmónica de Helsinki. Es la más conocida e interpretada en la actualidad.

Contrariamente a la tradición, la sinfonía consta de tres movimientos: el primero Tempo molto moderato, está escrito en la tonalidad de mi bemol mayor, en compás de 12/8 y sigue la forma sonata. Aquí el compositor no se limitó a replantear sus materiales básicos. Sibelius tenía la intención de dividir el primer movimiento en dos partes separadas, pero logró unirlas. Así, el movimiento se inicia con una llamada de las trompas que contiene gran parte del material musical de la obra.

El segundo movimiento, Andante mosso, quasi allegretto, está en sol mayor y en compás de 3/2. Estructuralmente es tan simple como complejo es el movimiento inicial, pero en absoluto simplista. El tercer y último movimiento, Allegro molto, retoma la tonalidad inicial y el compás es 2/4. Arranca con una melodía rápida interpretada por las cuerdas en tremolando, una especie de zumbido. Este motivo balanceante en las trompas se dice que fue inspirado por el canto de los cisnes. Como escribe un especialista, “Sibelius asigna a las flautas y cuerdas una de sus más famosas melodías. El ímpetu se mantiene mientras los dos temas siguen un curso complejo a través de varias tonalidades y disonancias masivas… hasta que Sibelius decreta el silencio, seguido de seis acordes que llevan su odisea a un puerto seguro y feliz”.

Según Roger Dettmer, es un triunfo del ingenio estructural y una validación de la música no programática cuando los lisztianos de todo orden -sobre todo Richard Strauss y Gustav Mahler- estaban deconstruyendo el arte "absoluto".

El concierto no podía terminar sin la última ofrenda fuera de programa de la LPO, con la Valse triste, de Sibelius, que cerró una velada extraña, enlutada, aunque magníficamente iluminada por los rayos de una música que la formación británica supo individualizar y destacar en planos elegantes, nada pretenciosos ni efectistas, pero clarísimos en su estructura expresiva y en una geografía sembrada de emociones.

Al comienzo de la velada Jordi Pardo, director general de la Fundación Pau Casals asimismo, había señalado que: «Este concierto es uno de los actos destacados de la conmemoración del 150.º aniversario del nacimiento de Pau Casals y nos brinda una oportunidad para reivindicar su extraordinario legado musical y humanístico. Madrid fue una ciudad importante en su formación y trayectoria, y es especialmente emotivo volver a ella a través de su música. Un legado que nos recuerda el compromiso de Casals con la paz, la libertad, la democracia y los derechos humanos».

Esas ideas y esa transmisión son justamente las que se han desgranado y se percibieron durante toda la conmemoración. Toda una arquitectura de convicciones y afectos, de gracia. Gracias a todos por este recordatorio, en estos tiempos de inmisericordes, un verdadero “must”0..

Alicia Perris

Fotos: © Rafa Martín | Ibermúsica

miércoles, 28 de octubre de 2026

LLEGA A MADRID AQUA MATER, LA GRAN EXPOSICIÓN DE SEBASTIÃO SALGADO SOBRE EL AGUA COMO ORIGEN DE VIDA. FUNDACIÓN CANAL, COINCIDIENDO CON EL 175 ANIVERSARIO DE CANAL DE ISABEL II Y EL 25º DE LA FUNDACIÓN.


Casi un centenar de fotografías de gran formato en blanco y negro recorren algunos de los paisajes más extraordinarios del planeta y muestran la belleza, la fuerza y la fragilidad del agua.

Organizada por La Fábrica y la Fundación Canal y comisariada por Lélia Wanick Salgado, la muestra reúne por primera vez una amplia selección de las series Aqua Mater y Glaciares en una presentación concebida especialmente para Madrid.

La exposición podrá visitarse desde finales de octubre en la Sala Castellana 214 de la Fundación Canal, coincidiendo con el 175 aniversario de Canal de Isabel II y el 25º de la Fundación.


De izquierda a derecha: Cristian Ruiz Orfila, director de Arte y Cultura de la Fundación Canal, Fernando Eichenberg, director del Studio Sebastião Salgado, Juliano Ribeiro Salgado, presidente del Instituto Terra e hijo de Lélia y Sebastião Salgado, Eva Tormo, directora gerente de la Fundación Canal, Óscar Becerra, director de La Fábrica y César Martínez–Useros, director del área Editorial y de Exposiciones de La Fábrica.

 

 La Fundación Canal y la Fábrica han presentado  en Madrid Aqua Mater, la gran exposición dedicada a la mirada de Sebastião Salgado (Brasil, 1944 – Francia, 2025) sobre el agua como origen de la vida, que abre sus puertas al público a partir de mañana en la Sala Castellana 214 de la Fundación Canal. Comisariada por Lélia Wanick Salgado, la muestra reúne casi un centenar de fotografías en blanco y negro y de gran formato que recorren algunos de los paisajes más sobrecogedores del planeta

En el acto han intervenido Juliano Ribeiro Salgado, hijo de Lélia y Sebastião Salgado y presidente del Instituto Terra, Óscar Becerra, director de La Fábrica, Fernando Eichenberg, director del Studio Salgado, y Eva Tormo, directora gerente de la Fundación Canal.

Lélia Wanick Salgado, comisaria de la exposición, que no se encontraba en el acto, ha querido hacer llegar unas palabras: "En estos tiempos de calentamiento global, con el aumento de la temperatura de los océanos y el deshielo de los casquetes polares, en un grave contexto de desequilibrio climático, esta exposición nos ayuda a recordar la importancia esencial del agua, en todos sus estados y con toda su belleza, para nuestra supervivencia y la de nuestro planeta".

Aqua Mater propone una mirada artística sobre el agua que conecta la contemplación de la naturaleza con la reflexión acerca de su valor y de la necesidad de preservarla, y una invitación a contemplarla como origen de vida y responsabilidad compartida.

La exposición se ha concebido como una experiencia que integra imágenes, espacio y sonido. La visita invita a ir más allá de la observación y a recorrer los paisajes de forma pausada, para favorecer una conexión sensorial con cada imagen. El espacio sonoro, creado para la ocasión por François-Bernard Mâche, acompaña cada paso de la visita a través de una atmósfera compuesta por sonidos de la naturaleza. Esta dimensión sonora dialoga con las fotografías de Aqua Mater y contribuye a sumergir al público en una atmósfera total. 

El recorrido invita al visitante a sumergirse en océanos, ríos, cascadas, hielos y territorios remotos. El agua ocupó un lugar central en la obra de Salgado y, a lo largo de más de 25 años, el fotógrafo recorrió algunos de los rincones más remotos y espectaculares del planeta para documentar este elemento en sus tres estados: sólido, líquido y gaseoso. 

La muestra reúne imágenes realizadas en lugares como las cataratas Victoria, en Zambia; las dunas de Ubari, en Libia; las algas gigantes de las islas Malvinas; el parque nacional de la Sierra del Divisor, en la Amazonia brasileña; el glaciar Perito Moreno, en la Patagonia argentina; la isla Decepción, en la Antártida; o los icebergs de las islas Sandwich del Sur, junto a escenarios de Canadá, Islandia, el Himalaya, Rusia o Georgia del Sur: lugares muy distantes entre sí, pero unidos por la presencia del agua. 


 
Mediante un tratamiento singular de la luz, las texturas y los contrastes, Salgado no se limita a registrar la naturaleza: transmite su escala, su belleza y su complejidad.

Así, el agua se presenta como un fenómeno natural que conecta territorios, sostiene ecosistemas y hace posible la vida; una de las grandes expresiones de la belleza del planeta y un bien cuya conservación resulta indispensable.


Lélia Wanick Salgado
(Brasil, 1947), autora, productora de cine, ecologista y comisaria de la exposición, ha reunido por primera vez una amplia selección de las series Aqua Mater y Glaciares.

 Aunque ya se había mostrado previamente en Francia e Italia, esta es la primera vez que la exposición se presenta con esta amplitud y que incorpora imágenes de Glaciares, que amplían el recorrido con las 
 grandes masas de hielo de la Patagonia y la Antártida: una presencia monumental y, a la vez, un testimonio de la fragilidad de estos ecosistemas y de la importancia de conservarlos.

Nacido en Aymorés (Minas Gerais, Brasil) en 1944, Sebastião Salgado se formó en Economía antes de dedicarse a la fotografía a los 29 años. Tras trabajar para las agencias Sygma y Gamma, se incorporó a Magnum Photos en 1979. En 1994 fundó, junto a Lélia Wanick Salgado, Amazonas Images, agencia dedicada a su obra.  

Sus proyectos de largo recorrido abordaron grandes cuestiones de nuestro tiempo: en Workers y Migraciones documentó el trabajo, los desplazamientos humanos y las condiciones de vida de comunidades de todo el mundo, y con Génesis dirigió su cámara hacia los paisajes, los ecosistemas y las comunidades que mantienen una vida estrechamente ligada a la naturaleza. Reconocido internacionalmente por su profundidad documental y su fuerza expresiva, recibió numerosos galardones, entre ellos el Premio Príncipe de Asturias de las Artes en 1998.

Aqua Mater permite acercarse a una dimensión fundamental de este legado: la capacidad de la fotografía para revelar la grandeza de la naturaleza y despertar una reflexión sobre aquello que debemos proteger.

La exposición llega a Madrid en un año especialmente significativo: el 175 aniversario de Canal de Isabel II y los 25 años de la Fundación Canal. La muestra celebra así el agua como elemento común entre naturaleza, cultura, conocimiento y sostenibilidad.

Además, Aqua Mater ha sido especialmente concebida para la Sala Castellana 214 de la Fundación Canal, un espacio de 2.500 m² que ocupa una parte del depósito enterrado bajo el Parque Cuarto Depósito de la plaza de Castilla, infraestructura esencial para el abastecimiento de agua en la ciudad de Madrid y que hoy conserva la imagen de aquel aljibe, con 144 arcos de ladrillo de unos 7,5 metros de altura. 

Un marco con un significado muy especial para una exposición dedicada al agua, que refuerza el diálogo entre las imágenes y el visitante, y favorece una observación pausada.

AUDIO PRESENTACION EXPO: 

https://aliciaperris.com/llega-a-madrid-aqua-mater-la-gran-exposicion-de-sebastiao-salgado-sobre-el-agua-como-origen-de-vida-fundacion-canal-coincidiendo-con-el-175-aniversario-de-canal-de-isabel-ii-y-el-25o-de-la-fundacio/

domingo, 25 de octubre de 2026

IL POTERE DEL RITRATTO. EGITTO E ROMA. I VOLTI DEL FAYUM. MUSEO DELL'ARA PACIS, ROMA. HALLOWEEN AL CARLO FELICE DI GENOVA

 05/11/2026 - 02/05/2027

Un affascinante confronto tra antiche maschere e ritratti provenienti da El Fayum e altre regioni dell’Egitto.

Attraverso oltre 110 opere tra tavole, sudari, maschere funerarie, marmi, calchi in gesso e oreficerie antiche, l'esposizione racconta una delle più affascinanti espressioni artistiche dell'antichità. I ritratti del Fayum sono tra le immagini dipinte più celebri dell’antichità e più rare nei Musei italiani: se ne conservano poco meno di mille in tutto il mondo, tavole di legno spesse pochi millimetri, dipinte a tempera o con la tecnica dell’encausto su una preparazione di cera calda, e collocate sul viso del defunto tra le bende della mummia. Opere delicatissime, raramente concesse in prestito: un’occasione unica per vederne riunito un nucleo così consistente.

Quasi 50 di questi ritratti, saranno eccezionalmente riuniti a Roma grazie a un importante programma di prestiti internazionali. 

Per la prima volta l'Egitto concede la quasi totalità delle tavole conservate nelle proprie collezioni, mai uscite dal Paese, tra cui il celebre Tondo dei Due Fratelli, uno dei massimi capolavori della pittura antica, restaurato in Egitto da restauratori italiani nell'ambito del progetto della mostra.

 Al nucleo egiziano si affiancano ventitre opere provenienti dal Museo del Louvre, tra tavole dipinte e rarissimi sudari di lino, oltre a prestiti straordinari dal Getty Museum, dal Metropolitan Museum of Art, dal Landesmuseum Württemberg di Stoccarda e da altre importanti istituzioni internazionali. Completa il percorso un ritratto giovanile recentemente emerso dagli scavi della missione archeologica italiana dell'Università del Salento in Egitto, esposto per la prima volta al pubblico.

https://www.arapacis.it/it/mostra-evento/il-potere-del-ritratto-egitto-e-roma-i-volti-del-fayum