jueves, 3 de agosto de 2017

ROAD TO DEATH - LES "ROADSCAPES" MACABRES DE CHRISTOPHE RIHET

Nous avons eu la chance de rencontrer le photographe français Christophe Rihet qui expose cette année son travail Road to Death aux Rencontres d'Arles 2017. Son exposition, présentée à la Maison des Peintres (voir notre carnet de bord, jour 2) entre dans la séquence "L'expérience du territoire" imaginée par Sam Stourdzé.


Les photos d'accidents de l'époque. De haut en bas et de gauche à droite : Notorious B.I.G., Albert Camus, Helmut Newton, Grace Kelly, Coluche et James Dean.

Christophe Rihet a eu la chance, comme il le dit lui-même, de vivre aux États-Unis et de beaucoup y voyager pour son travail. Lors d'un de ses déplacements professionnels, il est passé par hasard là où se produisit l'accident qui coûta la vie à l'acteur James Dean : un carrefour en plein désert. Sur place, juste une pancarte, indiquant "James Dean Memorial Junction", mais aucun mémorial. Seuls quelques fans s'étaient approprié les barbelés jalonnant la zone. Ils y avaient déposé quelques objets à la mémoire de James Dean : la photographie de l'accident même, une paire de lunettes, des porte-clefs, etc.
James Dean m'a donné la voie !
Christophe Rihet
Christophe Rihet a été fasciné par ce lieu, son histoire, et le rapport que pouvait entretenir l'acteur avec la mécanique et la vitesse. Il a donc commencé à étendre ses recherches à d'autres cas de célébrités dont la vie s'est brutalement arrêtée, avec ou à cause d'une voiture ou d'une moto. Il a commencé par essayer d'atteindre le nombre de 27 cas, en clin d'œil à la légende du "club des 27" (Forever 27 Club). Ce club funeste fait écho à l'ouvrage de Josh Hunter et Eric Segalstad The 27s: The Greatest Myth of Rock and Roll, soutenant que les musiciens qui deviennent stars vers 20 ans adoptent rapidement des comportements à risque pour rejoindre le panthéon des rockers superstars disparus…….


https://www.focus-numerique.com/portfolio/dossiers/road-to-death-les-roadscapes-macabres-de-christophe-rihet-20457.html

BOSTON’S MOST ELEGANT MUSEUM WAS FOUNDED BY A FAST-DRIVING, CIGARETTE-SMOKING RED SOX FAN

BY GABRIELLE HICK

Isabella Stewart Gardner Museum Garden. Photo by Irene de la Torre, via Flickr.

At Boston’s Isabella Stewart Gardner Museum, paintings by European heavyweights like Sandro Botticelli and Henri Matisse keep company with panel screens from the Japanese Edo period and wooden statuary from eleventh-century China. This artistic diversity is a testament to the multifaceted and worldly woman who built up the collection.
But it is the museum’s longstanding admissions policy that offers a glimpse of founder Isabella Stewart Gardner’s irrepressible personality. As her will dictates, any visitor wearing Red Sox memorabilia receives a discount, and any guest named Isabella may enter free of charge.
The Isabella of our story was born in New York City in 1840 to a family of wealthy linen merchants. Her early years mirrored those of other well-born ladies—she attended private schools at home and abroad, where she was educated in music, dance, and art, and studied languages useful for European voyages………


https://www.artsy.net/article/artsy-editorial-bostons-elegant-museum-founded-fast-driving-cig-smoking-red-sox-fan

miércoles, 2 de agosto de 2017

JAZZ EM AGOSTO 2017. GULBENKIAN

In 2017, the Jazz em Agosto festival features 14 projects with the hallmarks of today’s jazz from both sides of the Atlantic, a vast field of transformational contamination, as will be quickly seen in the opening and closing concerts: Sélébéyone, a new proposal by saxophonist Steve Lehman, in which jazz embraces rap and hip hop with the participation of the historic HPrizm (Antipop Consortium), and the High Risk project of trumpeter Dave Douglas, which features an electronic approach with the incomparable Shigeto, evoking the pioneers of the genre.

Two groundbreaking guitarists are reference points: David Torn in the Sun of Goldfinger project, backed by the compelling Tim Berne and Chess Smith, and the French musician Julien Desprez, as a member of the creative and unpredictable Coax Orchestra, and solo in the original Acapulco Redux performance. The solo adventure also extends to Steve Lehman, expanded through the use of electronics, and bassist Pascal Niggenkemper exploring the boundaries of the instrument. An iconic figure of libertarian jazz, saxophonist Peter Brötzmann celebrates his latest, unexpected relationship with Heather Leigh, a pedal steel guitar specialist.

The dominant feature of all these concerts is the presence of musicians who cross geographical barriers in a continuous movement, forging new associations and new ways of thinking about jazz. This is the case of the Scandinavian quintet Life and Other Transient Storms, of Portuguese trumpeter Susana Santos Silva, which features saxophonist Lotte Anker and pianist Sten Sandell, and the Sudo Quartet, an ensemble of renowned European improvisers including the Portuguese violinist Carlos Zíngaro, the bass player Joëlle Léandre and the drummer Paul Lovens; the Portuguese representation in Jazz em Agosto 2017 is completed by the EITR duo with musicians Pedro Sousa and Pedro Lopes, already celebrated improvisers from the new generation.



Three groups made up of personalities who have left their mark on contemporary jazz through their numerous participations in multi-directional projects are also included in the festival programme: the torrid Starlite Motel quartet, with the organist Jamie Saft and Ingebrigt Håker Flaten on electric bass; The Fictive Five quintet of saxophonist Larry Ochs who draws on contemporary filmmakers (Wim Wenders, Kelly Reichardt) with trumpeter Nate Wooley, drummer Harris Eisenstadt and two bassists Pascal Niggenkemper and Ken Filiano; and finally the collaborative Human Feel quartet with drummer Jim Black, saxophonists Chris Speed and Andrew D’Angelo and guitarist Kurt Rosenwinkel.


https://gulbenkian.pt/jazzemagosto/en/festival/jazz-agosto-2017/

UFFIZI, LA RIVOLUZIONE DEI BIGLIETTI: ENTRATA A 20 EURO IN ALTA STAGIONEUFFIZI, LA RIVOLUZIONE DEI BIGLIETTI: ENTRATA A 20 EURO IN ALTA STAGIONE

Visitare il principale museo statale italiano costerà 12 euro da novembre a febbraio, con possibilità di acquistare una card annuale da 50 euro. Il direttore Schmidt: "Favoriamo un turismo meno frettoloso, controcorrente e di qualità"
di GAIA RAU
Uffizi da "alta" e da "bassa" stagione. Con tariffe differenziate (e maggiorate) a seconda del periodo della visita, accompagnate dalla possibilità di acquistare tessere annuali che daranno diritto a ingressi illimitati alla Galleria delle statue e delle pitture, ai musei di Palazzo Pitti e al giardino di Boboli, ma anche da pass validi per 72 ore a un prezzo concorrenziale e, per Palazzo Pitti, da uno sconto destinato ai turisti più mattinieri. È la rivoluzione annunciata dal direttore tedesco del complesso museale fiorentino, Eike Schmidt, e destinata a combattere tanto il sovraffollamento del principale museo statale italiano (oltre 2 milioni di visitatori all'anno, contro un numero chiuso di 900 presenze ammesse in contemporanea) quanto quello del centro storico della città, premiando al tempo stesso un turismo più stanziale, attento, consapevole. Non un semplice aggiustamento tariffario, insomma, ma un vero e proprio stravolgimento della "filosofia" del luogo culturale, che rimanda, secondo il suo ideatore, alle riforme introdotte da Anna Maria Luisa de' Medici (l'Elettrice Palatina, alla quale si deve il mantenimento a Firenze del patrimonio artistico mediceo) e dal granduca Pietro Leopoldo, il primo ad aprire al pubblico il complesso vasariano istituendo giornate a ingresso gratuito.


Nel dettaglio, a partire dal 1° marzo 2018, l'ingresso agli Uffizi costerà 20 euro da marzo a ottobre; 12 da novembre a febbraio, contro gli 8 euro di oggi (12,50 nel caso di mostre temporanee ospitate dal museo, differenza quest'ultima che col nuovo sistema scomparirà). Quello al giardino di Boboli (che continuerà a restare accessibile gratuitamente ai residenti del Comune di Firenze dai cancelli di Annalena e Porta Romana) 10 euro in primavera ed estate e 6 in autunno e inverno, mentre quello ai musei di Palazzo Pitti 16 euro in alta stagione e 10 in bassa. Ma non solo. Sarà possibile, in ogni momento dell'anno, acquistare un biglietto cumulativo, valido tre giorni consecutivi, che permetterà di entrare una volta sola in ognuno dei tre luoghi, al prezzo di 38 euro da marzo a ottobre e di 18 euro da novembre a febbraio. Il solo ingresso a Palazzo Pitti, inoltre, potrà essere acquistato con una riduzione del 50 per cento rispetto alla tariffa invernale ed estiva da coloro che vorranno visitarlo nelle prime ore del mattino (e cioè con acquisto del biglietto dalle 8,15 alle 8,59 e ingresso entro le 9,25). Rimangono invariati il costo della prenotazione (4 euro) e le categorie, istituite per legge, che beneficiano dell'ingresso ridotto o gratuito. Ben prima della prossima primavera, e cioè dal 1° settembre 2017, entreranno inoltre in vigore tessere annuali nominali valide per 365 giorni che consentiranno l'ingresso prioritario e illimitato ai tre circuiti museali: costeranno rispettivamente 25 euro (Boboli), 50 euro (Uffizi) e 35 euro (Palazzo Pitti), mentre per l'intero complesso sarà istituita una card da 70 euro.

"Il nuovo sistema delle tariffe d'ingresso ai musei delle Gallerie degli Uffizi - commenta Schmidt - premia chi viene a vedere tutto il patrimonio artistico concentrato dai Medici e dai Lorena nei nostri musei, ma disincentiva chi sceglie una sola fetta con le opere più famose. Esso privilegia chi torna varie volte all'anno (o nell'arco di una settimana o due) e pertanto si rivolge in particolare ai fiorentini - di nascita e di adozione - nonché ai forestieri veramente interessati, mentre intende socraggiare il turismo mordi e fuggi. Ricordo a questo proposito che fra i compiti affidati ai musei c'è anche quello, in questo momento prioritario per città come Firenze e Venezia, di tutelare sotto ogni aspetto l'integrità dei centri storici, che sono patrimonio dell'umanità. Grazie alla stagionalizzazione dei biglietti e all'incentivazione particolare alla visita dei musei situati nell'Oltrarno - Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli - il nuovo sistema tariffario delle Gallerie degli Uffizi contribuirà in maniera decisiva a un miglior equilibrio topografico e orario dei flussi turistici a Firenze. Favoriamo un turismo meno frettoloso, controcorrente e di qualità: un turismo che si basa sulla volontà di conoscenza, che stimola gli scambi culturali tra i popoli, e che grazie all'indotto economico creerà prosperità e nuovi posti di lavoro in tutta la città".


http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/07/31/news/uffizi_rivoluzione_dei_biglietti_tessere_annuali_e_tariffe_da_alta_e_bassa_stagione-172036520/

CIERRA EL ‘BUENOS AIRES HERALD’, EL ÚNICO DIARIO QUE DENUNCIÓ LOS DESAPARECIDOS EN PLENA DICTADURA ARGENTINA

CARLOS E. CUÉ
El periódico en inglés, que iba a cumplir 141 años, cayó en manos de un empresario cercano a los Kirchner
Para los periodistas y los luchadores por los derechos humanos argentinos, el Buenos Aires Herald era un mito. Por eso su cierre definitivo, anunciado el lunes después de 140 años saliendo a la calle ininterrumpidamente, fue un golpe duro. En plena dictadura militar (1976-1983), este centenario diario en inglés, que nació en 1876 para informar a la numerosa y pujante comunidad británica en Argentina –comerciantes, industriales, granjeros, constructores del ferrocarril- era el único periódico que se animaba cada día a denunciar el terrorismo de Estado que dejó miles de desaparecidos.


El Buenos Aires Herald denuncia en su portada del 26 de agosto de 1977 la detención de integrantes de las Madres de Plaza de Mayo. ARCHIVO

Los periódicos argentinos, presionados por la dictadura, ocultaban los delitos de lesa humanidad. Y los periodistas del Herald, en especial su director, Robert Cox, y su mano derecha, James Neilson, se jugaban literalmente la vida para contar lo que hacían esos Ford Falcon que se llevaban a la gente de sus casas para no volver jamás. La dictadura no quería que se contara y muchos argentinos tampoco querían saber. Pero el Herald no dejó un solo día de contar las atrocidades, pese a las amenazas que forzaron a Cox a abandonar el país y dejar el diario en manos de Nielson y una pequeña redacción de valientes.

“Siempre me había preguntado como en Alemania los nazis pudieron asesinar a siete millones de personas sin que la sociedad hiciera nada. Tuve la respuesta en Argentina, la gente no quería saber lo que estaba pasando. Pero es ahí cuando el deber del periodista es informar, y es lo que hicimos. Y me siento orgulloso, tengo amigos que salvaron la vida porque salió su nombre en el Herald y por eso no los mataron”, recuerda Cox, ahora jubilado, desde su casa en Charleston (EEUU). Aún pasa varios meses al año en Argentina.

“Nunca he trabajado para un periódico tan valiente. Chiquitito pero muy peleón. Es un día triste, siempre me sentiré orgulloso de haber trabajado en esa época en ese diario. Neilson volvía a casa cada día por una ruta diferente. Podían matarlo en cualquier momento. No hay forma de describir lo tremendamente valientes que fueron”, cuenta John Carlin, el periodista de EL PAÍS, que vivió en Argentina e inició su carrera en el Herald, en plena dictadura. Hacía de todo pero también historias de desparecidos, y como los demás recibió amenazas. “Aunque nada comparado con lo que sufrieron Cox y Neilson”, recuerda.


Última portada del diario Buenos Aires Herald. CAPTURA

La dictadura apretó, detuvo a Cox durante un tiempo y logró que saliera de Argentina cuando amenazaron a su hijo, pero nunca se atrevió a cerrar el periódico. La publicación en inglés, y por tanto con una difusión limitada –aunque algunos editoriales se traducían al castellano para generar más impacto- y tener un editor estadounidense, un país con el que la dictadura quería tener buenas relaciones, le salvó y le permitió salir cada día con historias que nadie más se atrevía a contar.

“El editor, que era de Carolina del Norte pero estaba enamorado de América Latina, siempre me apoyó. Los medios argentinos silenciaron todo. Un día, poco después de empezar la dictadura, me llevaron a ver a [Jorge Rafael] Videla, que se mostró muy amable. Me dijo 'los demás periodistas entienden la situación, no sé por qué ustedes no'. Allí había un periodista de La Prensa que me dijo 'hay que entender que tal vez haya que hacer cosas no muy agradables'. Yo le dije a Videla 'pero los secuestros siguen, la gente está desapareciendo, nuestro deber es informar'. No me contestó pero era evidente que íbamos a tener muchas dificultades”, cuenta Cox.

Las madres de los desaparecidos acudían a la prensa argentina y algunos periodistas les recomendaban que fueran “a los locos de los ingleses, que publican todo”. Cox recuerda que en sus 140 años de historia el Herald siempre defendió valores democráticos. En los años 30, cuando tenía un gran rival también en inglés, The Buenos Aires Standard, este último se colocó del lado de los nazis y el Herald con los aliados. El Standard desapareció en 1954.

“El Herald mostró la importancia del periodismo en momentos difíciles. Ahora en EEUU, con Trump, vemos que es clave. En Argentina hay muy buenos periodistas, pero el problema son los dueños. El Herald hizo buen periodismo hasta el final, pero tenía malos dueños”, señala Cox.

 El principio del fin del Herald llegó cuando dejó de estar en manos extranjeras, lo que le había dado una gran independencia. En 2007 lo compró el argentino Sergio Szpolsky, un empresario de medios cercano a los Kirchner. Finalmente acabó en manos de Cristóbal López, también cercano al kirchnerismo, que está cerrando varios medios tras la salida del poder de Cristina Fernández de Kirchner, su gran aliada. Después de varias crisis e intentos por mantenerlo en formato digital, el Herald, un decano que nació poco después del histórico La Nación, se apagó definitivamente el lunes. Y con él se fue una parte de la historia gloriosa del periodismo y la lucha por los derechos humanos en Argentina.


https://elpais.com/internacional/2017/08/01/argentina/1501603072_902505.html

CARLOS SAURA. ESPAÑA AÑOS 50

Fecha: Desde el 02/06/2017 hasta el 03/09/2017
Sede: Museo Cerralbo
Lugar: MADRID      (MADRID)   
Sala de Exposiciones Temporales, planta entresuelo.
Exposición que forma parte del programa del festival PHotoEspaña 2017 (http://www.phe.es).

La muestra reúne una selección de 92 fotografías realizadas por Carlos Saura en la España de los años cincuenta. Saura retrató Cuenca con sus paisajes, sus rocas, sus pueblos y sus gentes; la matanza del cerdo en Cañete; las novilladas en la Zarzuela; la ciudad de Sanabria; Madrid con la ciudad y sus gentes y las salas de baile; Castilla La Mancha; Valencia con sus fiestas y el Mediterráneo y Andalucía con sus olivares, sus casas encaladas y sus paisajes románticos.
España años 50 es un trabajo documental, un álbum fotográfico sobre los pueblos y gentes de España que Carlos Saura fue descubriendo en sus diversos viajes por el país. Estas imágenes nos retrotraen a un tiempo que parece lejano y a unos lugares que ya apenas reconocemos. Una España mísera, de pueblos con calles sin asfaltar, con casas de adobe y piedra, de campesinos que se resguardan del frío con mantas, de hombres cuyo único medio de transporte son las carretas tiradas los burros o mulos, de mendigos, de mujeres vestidas de negro… Pero también una España de gentes abiertas, sencillas y trabajadoras. Una España que refleja la vida y costumbres de sus lugareños, con sus matanzas, sus vaquillas y novilladas, sus corridas de toros, sus fiestas -como la Semana Santa y las Fallas- y sus ritos. Una España con una gran riqueza cultural, resultado de múltiples influencias, como la de los árabes que ocuparon parte de la península durante varios siglos.
En los años cincuenta España fue un país que interesó a muchos fotógrafos tanto españoles –Ramón Masats, Català-Roca, Joan Colom…- como extranjeros. Con la apertura de las fronteras, debida a acontecimientos de política internacional, llegaron a España numerosos fotógrafos, convertidos más tarde en grandes protagonistas de la historia de la fotografía: Eugene Smith, Henri Cartier-Bresson, Inge Morath que realizó varios viajes por toda la península y cuyo trabajo fue recogido en un libro publicado en nuestro país en los 90, Brassaï que visitó Andalucía e hizo un importante reportaje sobre la Semana Santa, Elliott Erwitt, Robert Frank o Herbert List, entre otros. Todos ellos dan cuenta en sus reportajes de esa España triste y negra sumida en la pobreza, pero también de esa España que conserva sus ritos, sus fiestas y costumbres. Al igual que ellos, la mirada de Carlos Saura sobre esa España y sus gentes es de empatía con un pueblo que había sufrido los estragos de la guerra civil y seguía sufriendo la pobreza, represión y falta de libertades del franquismo.


Aunque reconocido internacionalmente por sus películas, Saura ha venido compaginando su labor de director con la de fotógrafo. Debutó en la fotografía a una edad temprana y tuvo su primera exposición en la Real Sociedad Fotográfica de Madrid en 1951. Durante varios años Saura trabajó profesionalmente como reportero fotográfico cubriendo los Festivales de Música y Danza de Granada y Santander. El diario ABC publicó una de sus fotos en portada y la revista Paris-Match le llegaría a ofrecer un puesto como fotógrafo de plantilla. Ha realizado retratos, fotografiado la ciudad y sus gentes, sus pueblos, su entorno familiar y social, la calle. Desde entonces no ha dejado de utilizar su cámara, haciendo retratos de su familia y de su entorno, fotografiando sus rodajes y realizando fotografías pintadas a las que denomina “fotosaurios”.
Entrada gratuita.
Hay visitas gratuitas del 27 de junio al 28 de julio, de martes a viernes entre las 9:30 y las 14:30 h., a la exposición sin reserva previa; los interesados en asistir deben indicarlo en la taquilla del museo.
Comisaria: Olivia María Rubio.

http://www.mcu.es/cultura20/web/guest/agenda/cultural/mcu/listado/detalle;jsessionid=172554535434EC6AE538F16D778D0402?p_p_id=MCU_AGENDA_13&p_p_lifecycle=0&p_p_state=normal&p_p_mode=view&p_p_col_id=column-2&p_p_col_pos=1&p_p_col_count=2&p_r_p_564233524_event=1039127

THE GREATEST BROMANCES IN ART HISTORY

BY RACHEL LEBOWITZ
Although the concept of the “bromance” only entered modern parlance relatively recently—the most famous example of which is the loving relationship between former President Barack Obama and his sidekick, former Vice President Joe Biden—the phenomenon of intimate male friendships is hardly new.
Among artists—as with men of all persuasions, perhaps—these friendships sometimes come with an added dimension of collaboration or mentorship, while admiration and rivalry straddle two sides of the same, thin aisle. What follows are nine pairs of artists, across three centuries, who’ve shown us what true bro-love looks like, pushed each other professionally, and proven that being an artist need not be a lonesome pursuit.


Tseng Kwong Chi
Warhol and Basquiat Sitting, 1987, 1987
Eric Firestone Gallery

Basquiat grew up idolizing Warhol, who was over 30 years his senior. Brought together by art dealer Bruno Bischofberger, the artists became friends and, in the 1980s, collaborated on paintings such as Untitled (1984–85). The piece features Basquiat’s cartoonish depiction of a vibrant-red human stomach alongside Warhol’s skull and crossbones, which recalls his silkscreen-and-paint “Skulls” series, begun in 1976.
Warhol and Basquiat’s relationship has been described as a symbiotic one: Basquiat relied on Warhol to both bolster his name and help him navigate his newfound celebrity; Warhol, in turn, capitalized on Basquiat’s youthful energy to revitalize his image as an art-world rebel.


Francis Bacon, Three Studies of Lucian Freud, 1969. Photo by Alan, via Flickr.

In 2013, Bacon’s triptych portrait Three Studies of Lucian Freud (1969) sold at Christie’s for $142.4 million, fetching the highest price ever for a work sold at auction at the time—and emphasizing the bond between the two artists.
Professional rivals as well as friends, Bacon and Freud made their names by insisting upon representational painting when abstraction ruled the art world, with Bacon’s meaty, distorted figures a counterpoint to Freud’s detailed, intimate portraits (a few of which, in turn, depict Bacon). Despite a 13-year age gap, the artists saw each other almost every day for some 25 years. Sadly, their friendship declined due to a distaste for each other’s later work.


Photo of Émile Bernard and Vincent van Gogh on the banks of the Seine in Asnières, 1886. Image via Wikimedia Commons.

Though van Gogh and Bernard were 15 years apart in age, they became friends after meeting in a Paris art class. The Dutchman was a mentor to the younger French artist and writer. In the late 1880s, when van Gogh relocated to the southern countryside to escape Paris’s competitive art world, the two corresponded through letters. In them, van Gogh critiques Bernard’s painting and poetry, and divulges plans for his own future works. Despite artistic disagreements that ended their correspondence, Bernard became a fierce advocate for van Gogh after his death, resulting in the publication of van Gogh’s letters………



https://www.artsy.net/article/artsy-editorial-greatest-bromances-art-history