sábado, 19 de junio de 2021

SNEAKERS UNBOXED: STUDIO TO STREET. DESIGN MUSEUM LONDON

 Know your Air Jordans from your Air Force 1s?

From trainers originally designed for specific athletic activities like the Converse Chuck Taylor All Star, the Puma Disc, and Nike Air Zoom Alphafly Next%, discover how sneakers such as the Reebok InstaPump Fury, the Vans Half Cab and the Asics Gel Lyte III have become cultural symbols of our times.

Take a journey through the design process behind some of the most technically inventive shoes of today with the Adidas FutureCraft.Strung shoe-making robot designed by Kram/Weisshaar, Satoshi, a brand using blockchain certification and the world’s first biologically active shoes developed by MIT Design Lab and Biorealize for Puma.

Then delve into the lucrative resale market that is currently valued at $10 billion in data visualisations from Stock X, before reliving the streetwear staple's high-fashion reinvention including sneakers by Balenciaga, Comme des Garçons and Y-3 and runway looks from A-COLD-WALL* and CRAIG GREEN.

Uncover the icons and collaborations that have shaped the sneaker scene over the years from Michael Jordan and Run-DMC to Kanye West, experience visuals and graphic work from Jamel Shabazz, Grace Ladoja, Simon Wheatley and Reuben Dangoor, and meet the designers working to make the industry more sustainable, Stella McCartney, Helen Kirkum and Alexander Taylor.

https://designmuseum.org/exhibitions/sneakers-unboxed-studio-to-street?utm_source=google&utm_medium=cpc&utm_campaign=Sneakers_Unboxed_Google_cpc&gclid=CjwKCAjwq7aGBhADEiwA6uGZp0z7FS3Y90WD83uG21UtPBsinJZEjCaJ6BKZJrFzC9TPNFPXeF32AhoCY0UQAvD_BwE#

LEONE MAGIERA PUBBLICA IL RITRATTO DEL MAESTRO KARAJAN. CON UNA PREFAZIONE PARTICOLARE (ORA ANCHE IN SPAGNOLO)

 Leone Magiera è un giovanotto di 85 anni, colto, spiritoso, gentile. Eccellente pianista, accompagnatore di cantanti famosi, apprezzato dai massimi direttori, pubblica ora il saggio Karajan: ritratto inedito di un mito della musica (La nave di Teseo 2020).

Il libro si legge d’un fiato. Magiera parla del direttore tedesco col quale, in qualità di maestro preparatore, ha collaborato per una quindicina d’anni a Salisburgo; racconta anche i rapporti artistici e umani intessuti con molte personalità della musica, cantanti, direttori, sovrintendenti. “Karajan l’ho amato molto”, mi dice, “era impareggiabile, sicuro di sé, dalla facilità prodigiosa, era ‘impastato di musica’; quando dirigeva orchestre prestigiose, come i Berliner Philarmoniker, poteva affrontare un’opera quasi senza prove; era invece estenuante nel provare con orchestre nuove”.

Magiera mette in luce anche gli aspetti quotidiani del Maestro. Al quale piaceva conversare, scherzare, bere un cognac in compagnia. Aveva il gusto del pettegolezzo, e certo nei teatri la materia non manca. Magiera evoca anche Carlos Kleiber: eccentrico nella vita ma acribico sul podio, era capace di lasciare bigliettini sui leggii degli orchestrali perché rammentassero un colore, una sonorità, un fraseggio. Col tempo, prosegue Magiera, “questo spasimo per la perfezione gli fece ridurre il repertorio da quaranta a cinque, sei opere, eseguite divinamente”. E poi ci sono Claudio Abbado, con la sua generosità e la memoria prodigiosa, e Riccardo Muti, sul quale Magiera non sottace qualche riserva circa talune scelte ‘filologiche’.

Indugia poi sull’attività didattica da lui condotta a Salisburgo, dove preparava sia giovani cantanti sia professionisti affermati. “La maggior difficoltà”, dice, “era spiegare i libretti delle opere. Mi arrangio in varie lingue, ma parlavo spesso in italiano, idioma obbligatorio per chi s’interessa al melodramma: certi termini e concetti dei testi sono però ardui da tradurre in parole correnti”. Karajan giungeva alla fine della lezione, e discuteva scelte e difficoltà. Uno scambio continuo, entusiasmante. Come entusiasmanti erano i rapporti di Magiera con i cantanti, Luciano Pavarotti in primis. “Era travolgente, possedeva un istinto musicale portentoso, una voce incomparabile, era talento allo stato puro; non conosceva la musica, gli ho insegnato a cantare per imitazione”, secondo un’antica tradizione italiana.

Dedica pagine deliziose a Montserrat Caballé, a Piero Cappuccilli, all’organizzazione teatrale, ai patemi per le ‘prime’ operistiche. E già, perché quando il sipario si apre e il cantante esce in scena, lì davanti c’è un pubblico in tensione, disposto a osannare ma anche a distruggere. In questo la Scala di Milano è unica. Non si sfugge ai loggionisti, alle fazioni che seguono i cantanti anche in tournée e li sostengono l’uno contro l’altro: una sorta di football melodrammatico.

“Il pubblico”, riprende Magiera, “attende la ‘stecca’, un peccato mortale non perdonabile; e dire che può capitare anche nel parlare: a volte anche la nostra voce si rompe. Non è rivelativa della bravura dell’artista, ma il pubblico non la tollera, ha bisogno di demolire gli idoli”. Nel libro racconta come la Caballé, in non perfetta salute, cantasse alla Scala nell’Anna Bolena di Donizetti. Nel recitativo “Infiorato è l’altar”, dove arriva un Do acuto improvviso, la voce le si ruppe e si tramutò quasi in urlo.

Il loggione si scatenò con epiteti sonanti e un non signorile coro di “Torna a casa, zingara!”. Da parte sua, Karajan, da lontano, aveva tutto previsto: “Difficile che superi indenne l’ultima aria!”. La Caballé, con molta professionalità, concluse la recita e ripartì per Barcellona. La Scala andò in crisi. Ma ancora Karajan, da lontano, suggerì una cantante 19enne: era Cecilia Gasdia. Nell’Anna Bolena, lì dove Caballé era stata sbranata, superò brillantemente la prova, e riscosse ovazioni osannanti. Era nata una stella.

Il libro di Magiera porta la prefazione del grande soprano Mirella Freni, deceduta il 9 febbraio scorso. Per 20 anni è stata la moglie di Leone e gli ha dato una figlia: “Mirella aveva una musicalità infallibile, come Luciano non sapeva la musica, ho lavorato tanto con entrambi, lei è diventata un’artista meravigliosa”.

Herbert von Karajan fu essenziale anche per la Freni. L’aveva sentita non si sa dove – il Maestro si travestiva per non farsi riconoscere e andava in teatro ad ascoltare –, la chiamò per La Bohème. Da lì iniziò la straordinaria carriera di Mirella. Oggi Leone è felicemente sposato con Lidia, un medico. Freni ebbe poi per compagno il basso Nicolaj Ghiaurov, ma non si risposò: “di marito gliene era bastato uno…”, conclude sornione Magiera.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/18/leone-magiera-pubblica-il-ritratto-del-maestro-karajan-con-una-prefazione-particolare/5708172/

viernes, 18 de junio de 2021

MNAC, ARTE, EL CONFLICTO Y LA MEMORIA, AERONÁUTICA [VUELO] INTERIOR

 De 18 de junio al 26 de septiembre de 2021

Entre los proyectos que el Museu Nacional dedicará en 2021 al tema de la Guerra Civil, y el arte, el conflicto y la memoria, Aeronáutica [vuelo] Interior es una instalación del artista Francesc Torres que traerá a la Sala Oval dos aviones a escala 1:1, réplicas exactas de dos modelos de aeroplanos que participaron en la Guerra Civil española.

En este proyecto, Francesc Torres lleva aún más lejos unas coordenadas que ya ha explorado otras veces: la ambigüedad entre el arte y el no-arte (pinturas de camuflaje, objetos no artísticos con aura artística, etc), o la eliminación de la línea divisoria entre los formatos “exposición”, “obra” e “instalación”.

 El origen de Aeronáutica (vuelo) interior fue su visita al histórico Campo de Aviación de La Sènia, construido por el Gobierno de la II República justo comenzada la Guerra Civil Espanyola. Este campo tuvo un papel muy destacado por la situación estratégica y su capacidad operativa, primero por la Aviación de la República y después por la Legión Cóndor alemana.

Muy cerca del campo de aviación se encuentra el Centro de Aviación Histórica de La Sènia y sus dos aviones más significativos: el bombardero soviético Tupolev SB-2 “Katiuska” y el caza también soviético Polikarpov I-16 “Mosca”, ambos aviones presentes en la Guerra Civil española. Estos aparatos son réplicas fieles a escala 1:1. Se trata sin embargo de unos aviones que no vuelan, y en palabras del propio artista “un avión que no vuela no es un avión, es una obra de arte”.

El artista explora en su instalación aspectos como el impacto que supuso en el conflicto bélico la guerra desde el cielo o la idea de sacrificio, que relaciona con obras de la colección histórica del museo.

Para explicar los lazos entre el sacrificio bélico y el sacrificio por la fe religiosa, Torres juega con la iconografía de la crucifixión y, en especial, con la pintura gótica del martirio de San Pedro, del maestro Pere Serra (siglo XIV).

https://www.museunacional.cat/es/aeronautica-vuelo-interior

EL GRAN TAHÚR DE LAS VEGAS REVELA TODOS SUS SECRETOS

 Steve Forte, una leyenda de los casinos de Nevada, publica un libro de dos tomos y mil páginas con todos sus trucos

LUIS PABLO BEAUREGARD


Steve Forte, leyenda de Las Vegas, lanza un libro de más de 1.000 páginas de trucos

¿Cuánto pagaría por conocer los secretos del mejor repartidor de cartas de Las Vegas? Steve Forte, una leyenda de los casinos, ha puesto una cifra para revelar el arsenal de trucos que acumuló durante 40 años distribuyendo suerte en las mesas de juego y buscando fortuna en las madrugadas de Nevada. Forte, de 65 años, ha publicado todo lo que sabe en Gambling Sleight of Hand, algo así como Artimañas de juego, un enciclopédico tesoro de más de 1.000 páginas para los aficionados a las cartas. La segunda edición de este libro, de dos volúmenes, cuesta 300 dólares, casi 250 euros.

El mundo de las cartas se le desveló a Forte, de 65 años, cuando era un adolescente. Un día acompañó a su padre, un albañil, a un sitio de apuestas clandestino en la bodega de un restaurante de Newton, el pequeño pueblo de Massachusetts donde nació el actor Jack Lemmon. Maravillado por la escena, un mecánico que jugaba con un mazo de cartas lo llamó a su lado y le enseñó un truco que consistía en mantener un as siempre como primera carta sin importar cuantas veces se revolviera la baraja. Aquel día Forte aprendió amargamente que el juego por el que su padre apostaba religiosamente todos los viernes esperando multiplicar algunos dólares de la paga era un engaño.

Forte practicaba con las cartas entre 12 y 16 horas diarias. Comenzó a repartir en noches de juego para jubilados. A los 20 años dejó la escuela y puso dirección al oeste, hacia Las Vegas, donde se hizo crupier apenas cumplió la mayoría de edad. Siete años después, a los 28, ya era gerente del casino Sundance. Cuando no estaba trabajando, Forte apostaba en otros sitios de apuesta bajo un seudónimo. Se hacía llamar Michael Panaggio.

Durante toda la década de los 70, Forte jugaba al 21 en los límites de la legalidad. Buscaba a los crupieres con las técnicas más rudimentarias, quienes revelaran alguna carta al revolver el mazo. Un vistazo le era suficiente para contar las cartas y calcular cuánto tiempo le tomaría recibir un as o un número alto. El ojo experto también aprendió a ver marcas casi indelebles en los naipes, las que aprovechaba a cortar cada vez que un repartidor le pedía cortar el mazo. Así elevaba la posibilidad de contar con un 10 en su mano.

Forte fue suspendido en 1984 por la Comisión de juegos de Nevada, que le prohibió trabajar y jugar en el estado. No acostumbrado a perder, el tahur hizo lo mismo que en las mesas: redoblar la apuesta. Viajó e nuevo a la costa este, a Atlantic City, donde se propuso hacerse rico junto a un equipo de cómplices. El grupo ideó todo tipo de artimañas y jugarretas para que la casa perdiera. Estas involucraban cámaras de video, grabadoras de audio, programas de computadora para saber las secuencias y sobornar a los repartidores. El equipo ganó miles de dólares, 100.000 en una sola noche según dijo en una entrevista reciente, hasta que fue atrapado por las autoridades. Forte estuvo mes y medio en prisión acusado de robo. Después de eso los casinos a los que desfalcó lo hicieron consultor de seguridad, uno de los más famosos de Las Vegas.

A pesar de todo esto, Forte dice que su libro no es material para tramposos. “El mundo de la magia tiene una larga historia tratando de seguir el trabajo, los trucos, de los estafadores y timadores”, cuenta Forte a EL PAÍS. “En resumen, mi objetivo es mejorar las habilidades de toda una generación de aficionados a la magia”, añade. La demanda que ha tenido su libro, que tiene más de 1.300 fotografías en blanco y negro con detalles de cómo manipular los naipes, ha sido extraordinaria. La primera edición, con una tirada de 1.000 ejemplares, se agotó en una semana. Son demasiados magos en busca de nuevos recursos.

https://elpais.com/cultura/2021-06-18/un-tahur-de-las-vegas-revela-sus-secretos.html

PIERRE MATISSE, AN ART DEALER IN NEW YORK, EXHIBITION IN NICE

 From 11 June 2021 to 30 September 2021

Curated by:

Claudine Grammont

Hosting a large exhibition devoted to Pierre Matisse, the Musée Matisse revisits the exceptional career of Henri Matisse’s youngest son, a New York art dealer and a key figure of the 20th century art world.

For about sixty years, the Pierre Matisse Gallery played a prominent role in the art world: it tirelessly championed French and European modern art in the United States during a key period which saw the formation of major private and institutional American collections. The 300 or so exhibitions organised at the gallery allowed a generation of European artists to gain visibility and take part in the New York art scene.

Pierre Matisse applied himself to build his artists’ reputation and promote the American careers of major figures represented by the gallery: Henri Matisse, Joan Miró, Alexander Calder, Balthus, Alberto Giacometti, Jean Dubuffet and Marc Chagall to name but a few. He supported individuals rather than movements like fauvism, cubism, surrealism or the School of Paris. Without claiming to be exhaustive, the exhibition Pierre Matisse, an Art Dealer in New York retraces this odyssey through the presentation of seventy artworks by twenty-three key artists of the gallery.

As underlined by Balthus, Pierre “saw things as a painter’s son”. The exhibition puts strong emphasis on the gallery’s publications as they testify to Pierre’s remarkable creative skill at designing these sometimes modest yet original publications. It also shows, through numerous installation views of the gallery that he curated and hung his exhibitions with great care too.

These two themes which are documented by a wealth of images of the gallery’s publications and exhibits are central to both the exhibition and the catalogue. The latter, published by Bernard Chauveau, brings together essays by Serena Bucalo-Mussely, Catherine Dossin, Fabrice Flahutez, Jack Flam, Claudine Grammont, Marianne Jakobi and Johanne Lindskog.

The exhibition includes major loans from the Pierre and Tana Matisse Foundation (New York), the Ezra and David Nahmad collection and private collections. 15 masterpieces, donated in lieu of inheritance tax by Pierre Matisse’s heirs to the French state in 1991 and kept in the Musée national d’art moderne’s collection, have been generously loaned to the Musée Matisse, paving the way for a multiyear partnership agreement signed by the City of Nice and the Centre Georges Pompidou.

https://www.musee-matisse-nice.org/en/exposition/pierre-matisse-un-marchand-dart-a-new-york-2/

VERSIÓN CONCIERTO DEL ORLANDO DE VIVALDI HOLGADO Y AMABLE, CENTRA EL COMIENZO DEL FINAL DE ESTA TEMPORADA EN EL TEATRO REAL


Dramma per musica en tres actos

Música de Antonio Vivaldi (1797-1848). Libreto de Grazio Braccioli, basado en el poema épico Orlando furioso (1532) de Ludovico Ariosto.  Jueves 17 de junio, 2021. Versión concierto. Teatro Real.

Estrenada en el Teatro Sant’Angelo de Venecia el 10 de noviembre de 1727, El Orlando furioso (1532) de Ludovico Ariosto fue el espacio literario que facilitó la creación de óperas desde Lully hasta Haydn. En su caso, Il prete rosso, Antonio Vivaldi, compone uno de los triángulos amorosos que Haendel iba a tratar unos años después por separado, en Alcina (1735) y Orlando (1733, desarrollando los obstáculos interpuestos por la maga al amor de Ruggiero y Bradamante, y la ira amorosa de Orlando provocada por las relaciones de Medoro y Angelica, de la que también está prendado.

De Vivaldi solo se conservan una veintena entre obras completas, parcialmente salvadas y pastiches. Entre las que atravesaron los siglos, el Orlando Furioso, refulge como un tesoro que se despliega en una galería de personajes medievales que necesitan unas voces privilegiadas para representarlas. Las de esta noche en el Teatro Real, firman una propuesta solvente  que ha conseguido atraer a la audiencia, con un lleno total desde hace varios días y el aviso de “entradas agotadas”.

Dramma per musica en tres actos

Música de Antonio Vivaldi (1797-1848). Libreto de Grazio Braccioli, basado en el poema épico Orlando furioso (1532) de Ludovico Ariosto. Estrenada en el Teatro Sant’Angelo de Venecia el 10 de noviembre de 1727.

Estreno en el Teatro Real, en versión de concierto

Equipo artístico

Armonia Atenea

Director musical | George Petrou

Reparto

Orlando | Max Emanuel Cencic

Angelica | Julia Lezhneva

Alcina | Ruxandra Donose

Bradamante | Jess Dandy

Medoro | Philipp Mathmann

Ruggiero | David D.Q. Lee

Astolfo | Pavel Kudinov

 


“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese io canto,

che furo al tempo che passaro i Mori

d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,

seguendo l’ire e i giovenil furori

d’Agramante lor re, che si diè vanto

di vendicar la morte di Troiano

sopra re Carlo imperator romano.

Dirò d’Orlando in un medesmo tratto

cosa non detta in prosa mai, né in rima:

che per amor venne in furore e matto,

d’uom che sì saggio era stimato prima”.

(Incipit Orlando furioso)

Basado en La chanson de Roland, poema caballeresco francés, el Cantar de Roldán, (Orlando), es un poema épico de caballería, uno de esos tratados que tanto influiría en el Quijote cervantino y en el universo operístico del barroco. El poema, amplio, generoso, se compone de cuarenta y seis cantos escritos en octavas (38.736 versos). Voltaire lo consideraba superior al Quijote y en la misma sintonía de calidad que la de los grandes clásicos grecolatinos.

Aquí se entremezclan historias del ciclo carolingio, algunos del ciclo bretón (gruta de Merlín, visita de Reinaldos de Montalbán a Inglaterra) e incluso algunos seres provenientes de la literatura clásica griega y latina. De hecho, abreva con solidez en las mismas aguas de la Odisea de Homero y el Purgatorio del Dante.

Se trataría, así, según algunos especialistas, de una continuación del “Orlando enamorado” de Matteo Maria Boiardo. Allá donde dejó éste inacabada su obra, la derrota del ejército de Carlomagno en los Pirineos por los árabes, es donde arranca Ariosto la suya.

Cuando reincorpora los personajes de su predecesor, dedica una o dos octavas a resumir las aventuras narradas por Boiardo en el “Enamorado”. A pesar del nombre que da título a la obra, Orlando (o Roldán, si se prefiere) no es el protagonista absoluto del poema, sino uno más de los roles señeros que aparecen en él: el gran libro de aventuras es un continuo entrelazarse de historias de distintos personajes que van apareciendo y desapareciendo en la narración, encontrándose y distanciándose, según le plazca a Ariosto. Es posible que esto sea una causa de desconcierto para el lector poco avezado o el habituado en nuestros días a la linealidad de las series de televisión o los telediarios. Se trata de otra narrativa, otra geografía, otro universo.

A pesar de la sempiterna recomendación de los clásicos (Aristóteles en su Poética, lo explicó muy bien y casi todos los autores que vinieron después), no existe unidad de acción y el tiempo fluye. Pero  aunque incluso un resumen comprensivo sería muy largo, pueden establecerse algunos puntos en torno a los que gira el magnífico fresco de Ariosto: el tema épico representado por la lucha entre moros y cristianos y los distintos combates que protagonizan entre sí los héroes del poema. El tema amoroso cuya figura central es Angelica y el secundario más sobresaliente, Orlando. Y el trasfondo laudatorio de exaltación de la Casa d'Este, señores de Ferrara en tiempos de Ariosto. El conjunto, por lo tanto, está dedicado por el escritor, como era habitual en tiempos de magníficos mecenas,  “allo Ilustrissimo e Reverendissimo Cardinale donno Ippolito da Este, suo signore.

“Os plegue, hercúlea prole generosa,

adorno y esplendor del siglo nuestro,

Hipólito, aceptar esto que osa

y daros sólo alcanza un siervo vuestro”. (Orlando furioso, I, 3, vv. 1–4)

Stefano Accorsi, famoso actor italiano y conocido en España por su serie “1992, 93 e 94”, nació en Bolonia en 1971 y presentó hace poco tiempo en los Teatros del Canal, su versión unipersonal del Orlando Furioso. Su expresividad, la dicción italiana, y el arrojo que le puso a su alocado enamorado, dio un ejemplo inolvidable de cómo hacer teatro. Emocionante.

Ya en 1713, en el Teatro Sant'Angelo di Venezia, se había presentado con éxito una partitura del compositor boloñés Giovanni Alberto Ristori con libro de Grazio Braccioli, titulado Orlando furioso. A Vivaldi le apasiona este tema.

 Esta ópera  se escenifica en noviembre de 1714 pero es recibida por el público con una cierta frialdad. Para mejorar esta situación, la gerencia de la sala vuelve a recuperar el proyecto de Ristori al que Vivaldi aporta algunos cambios.

Después de un alejamiento temporal mientras estuvo en Milán y Roma, en otoño de 1725, el sacerdote retoma la colaboración con el Teatro Sant'Angelo y, a partir de 1726, se presenta ya a partir de esas fechas, como su “Director de Música” ".

Un nuevo desafío para su carrera lírica, como escribe Laura Pietrantoni en el Texto tratto del programa de mano del Concierto dell'Accademia di Santa Cecilia; Roma, Auditorium Parco della Musica, 16 ottobre 2008). Desde ese momento, se sucederán, en menos de 5 meses, tres obras maestras, Dorilla in Tempe (Teatro Sant'Angelo, 9 noviembre, 1726), Ipermestra (Firenze, Teatro alla Pergola, 25 de enero, 1727) y Farnace (Teatro Sant'Angelo, carnaval 1727).

En 1727 el compositor ha pasado muchas estaciones retomando el Orlando. Entonces decide recuperar la primera versión de Braccioli, más fiel al original literario, y, como era en aquel tiempo frecuente, agregándole algún pasaje de óperas anteriores.

La mezzosoprano Lucia Lancetti, habituada a los  “ruoli en travesti", que ya había fascinado en Ipermestra., formará parte del elenco.  El papel de Alcina, rico en arias fulgurantes, se reservó para la favorita de Vivaldi (en sentido amplio), Anna Girò. Angelica estuvo a cargo de la soprano veneziana Benedetta Soresina y Maria Caterina Negri - una de las contraltos más apreciada por Haendel - firmó Bradamante. A dos jóvenes cantantes "alle prime armi", Casimiro Pignotti y Giovanni Andrea Tassi, se les confió los papeles de Medoro y Ruggiero y al bajo Gaetano Pinetti, Astolfo. En general, Vivaldi no disfrutaba excesivamente con las tesituras de castrati.

Como explica Pietrantoni, en su exhaustivo comentario, sólido y muy bien documentado, el argumento le ofrece múltiples posibilidades al compositor, dejando la rigidez estructural para crear notables efectos escénicos: utiliza sistemáticamente grandes arias (siguiendo la forma tripartita) con magnificencia: tipologías patéticas, de furia, de tempestades, virtuosísticas, a los dioses, en una mezcla de seducción melódica, vitalidad rítmica espectacular y breves ariettas “explosivas”, con un uso del recitativo, secco o accompagnato “.

Armonia Atenea es un proyecto de la Camerata de Atenas, fundado en 1991 en la inauguración de la sala de conciertos Megaron de Atenas, donde tiene su sede desde entonces. En otoño de 2009, inició una colaboración regular con el director de orquesta George Petrou, interpretando con instrumentos de época un amplio repertorio que va del barroco al clasicismo. Además de sus actividades habituales con instrumentos antiguos, la orquesta mantiene diversos proyectos en el ámbito de la ópera y la música contemporánea. Y su director, George Petrou está considerado como uno de los principales especialistas del barroco del mundo, sin embargo, su actividad musical es muy amplia, e incluye música del siglo XX y contemporánea.

De hecho, el grupo tiene una especial delicadeza en atender y seguir las posibilidades de canto y evoluciones de las voces. Así, el Orlando, se trata de una composición coral, donde todos los instrumentos son importantes, aunque con un lucimiento discreto, si quitamos pasajes de flauta o clave, o cuerdas y por supuesto, y sobre todo, las voces.

El director Petrou, jugó con varios pasajes de otras partituras de Vivaldi, como se hacía entonces, quitando, poniendo y retomando aquí y allá, para mayor lucimiento, comodidad de los cantantes o en aras de una mayor espectacularidad, siempre agradecida por la audiencia. 

Al texto tan musical del propio Ariosto, una melodía abracadabrante en un italiano angélico, como diría el Embajador Miguel Ángel Ochoa Brun, director de la Escuela Diplomática de Madrid, que lo hablaba y entendía muy bien, se agrega la belleza de los compases de Antonio Vivaldi, alguien naturalmente dispuesto por un entorno fantástico, de paisajes de non finito como el del Gran Canal, los palazzi y los colores, muy intensos y sobrecogedores, de Venecia. Tierras oníricas, de magos y fantasmas, pero solares.

Las voces que defiendan este chef- d´oeuvre bendecido por la inspiración y el buen gusto, aunque bastante melancólico y contemplativo a pesar de los momentos más enérgicos, tienen que ser especiales como se explicó arriba, y con un rendimiento apropiado y exigente. En esa línea, las aportaciones afortunadas de Philipp Mathmann, el contratenor alemán muy joven que dio vida a Medoro y que parecía sobrevolar la escena, más que estar con los pies en el suelo.

De su misma cuerda, el canadiense-coreano formado en la Academia de Música de Vancouver, David DQ Lee, de una prestancia escénica arropada por una vestimenta imaginativa y chic, bien servida por una emisión franca, convencida y desenvuelta.

Ravel Kudinov, con algunas dudas pero centrado luego, en el papel de Astolfo, los rusos tienen un flair especial para cantar y lo hacen como si conectaran con las profundidades telúricas de sus entrañas. Cantar forma parte de sus prebendas naturales, como es el caso de la soprano de la misma nacionalidad Julia Lezhneva, que dibujó una Angélica compleja, rica, llena de detalles, con un instrumento fresco, bien manejado, excelente fiato y línea de canto. Estudió en el Conservatorio de Moscú y tuvo como acompañantes de escena de la talla de Juan Diego Flórez, en grandes salas de concierto internacionales.

Max Emanue lCencic, el contratenor croata no deslumbró, pero la discreción también cuenta y un buen vínculo y sintonía musical con el resto del elenco. 

Perfectamente adaptadas a sus roles Ruxandra Ronose, mezzo rumana como Alcina, otra criatura fascinante en este poblado de luces y sombras que constituyen el maravilloso corpus del Ariosto, como si hubiera sido la prefiguración de los tomos por entregas de un  Alejandro Dumas del XIX, con sus mosqueteros, sus malvados, sus reyes y sus misterios y trucos, sin olvidar nunca a los dioses y el elemento mágico.

La contralto Jess Dandy es Bradamante y cierra este plantel de voces escogidas, porque la exigencia en la Ópera Barroca permite menos licencias que otras y los mínimos que hay que exhibir para dar la talla, son bastante máximos. Es reiterativo el comentario pero es nuclear.

El coliseo de la plaza de Oriente estaba prácticamente lleno. Debido a un fallo informático, hubo que recolocar algunas plazas y algunos asistentes, pero bien está lo que bien acaba. Y el público aplaudió y recompensó y la crítica seguramente también, al completo.

En caso de que la Netrebko no esté dentro de las posibilidades de asistencia de esta cronista, por razones de cupo u otras ofertas musicales bien entrados ya en periodo estival, un excelente verano para todos los que hicieron posible que la cultura conservara en parte una posibilidad de honestidad y de frescura. Lejaim y Shalom! 

Alicia Perris  

miércoles, 16 de junio de 2021

THE LAND WHERE THE BLUES BEGAN: NOW IN SPANISH


Alan Lomax

Winner of a National Book Critics Circle award, a rollicking and unforgettable memoir by the man who helped bring the music of the blues into the mainstream

“Without Lomax it’s possible that there would have been no blues explosion, no R&B movement, no Beatles and no Stones and no Velvet Underground.” —Brian Eno

A self-described “song-hunter,” the folklorist Alan Lomax traveled the Mississippi Delta in the 1930s and ’40s, armed with primitive recording equipment and a keen love of the Delta’s music heritage. Crisscrossing the towns and hamlets where the blues began, Lomax gave voice to such greats as Leadbelly, Fred MacDowell, Muddy Waters, and many others, all of whom made their debut recordings with him.

The Land Where the Blues Began is both a fascinating recollection of a pivotal time in American music history and an intimate portrait of the struggles blues musicians faced in the Jim Crow South. The blues were an organic expression of Black humanity in a place where slavery had been outlawed but where segregation, violence, and racial inequality were still the law of the land. Lomax’s role as a liaison to white America, relating the emotion and musical virtuosity displayed by those musicians, would change American popular music forever. Through candid conversations with bluesmen and vivid, firsthand accounts of the landscape where their music was born, Lomax’s “discerning reconstructions . . . give life to a domain most of us can never know . . . one that summons us with an oddly familiar sensation of reverence and dread” (The New York Times Book Review).

Artistic expression has always been a way for oppressed peoples to speak truth to power, assert their dignity, and simply live in a world rife with injustice. The Land Where the Blues Began is an enthralling chronicle of the journey to bring this irrepressible art out of the Delta where it began and into the ears of every American.