sábado, 5 de diciembre de 2020

SPRECARE TEMPO FA BENE, PERDERE UN’ORA AL GIORNO AIUTA NOI E GLI ALTRI

 Dedicarlo a noi stessi può aiutarci a non smarrire il senso della nostra vita: fermarsi è un’occasione per capire meglio che cosa davvero amiamo e per orientare in maniera consapevole l’esistenza. Elogio appassionato delle “attività improduttive”

di Nuccio Ordine

«Oserò qui esporre che cosa prescriva la più grande, la più importante, la più preziosa regola di tutta l’educazione? Non già di guadagnar tempo, ma di perderne!»: queste parole di Jean-Jacques Rousseau suonano come una profetica provocazione in un’epoca dove la rapidità e l’utilitarismo hanno trasformato il tempo in denaro e le nostre vite in una folle corsa dominata dalla dittatura della produttività. La riflessione contenuta nell’ Emilio riguarda l’educazione, ma solleva anche dubbi e sospetti che, indipendentemente dall’adesione alla visione pedagogica dello scrittore francese, investono in maniera più ampia ogni aspetto della nostra esistenza.

Spegnere il cellulare e guardare il tramonto

Di fronte all’accelerazione che caratterizza la società attuale, in che maniera può essere percepita una decisione che punta a riappropriarsi del tempo collocandosi, anche se per un momento, “fuoritempo”? Spegnere, per esempio, il cellulare per qualche ora: senza inviare e ricevere messaggi, senza telefonare e rispondere a chiamate, senza scrivere e leggere mail. Una preziosa occasione, appunto, per “perdere tempo”. Osservare un tramonto in riva al mare o veder sorgere la luna piena dietro una montagna o ammirare i ghirigori di un uccello maestosamente disegnati nell’aria appaiono esperienze incompatibili con un’economia fondata sul “guadagnar tempo”.

A cosa serve leggere una poesia

Il medesimo discorso vale per quelle attività che esulano dalla logica produttivistica. La domanda è sempre la stessa: a cosa serve? A cosa può servire leggere una poesia, ascoltare musica o ammirare un’opera d’arte? Si tratta di attività considerate (purtroppo) “improduttive” per cui, chi rinuncia a far fruttare il suo tempo, finisce per sprecarlo inutilmente. Basta riflettere sul destino della scuola e dell’università, in queste settimane al centro dell’attenzione a causa dell’incerta e caotica “ripartenza”, per cogliere fino in fondo le conseguenze di una logica basata sulle esigenze del mercato e del profitto. All’affermazione provocatoria di Rousseau, mi piace affiancare alcune brillanti riflessioni di un grande romanziere come Charles Dickens. In Tempi difficili (1854) già si intravedono i pericolosi germi di una concezione utilitaristica e mercantilistica dell’istruzione. Siamo a Coketown, nel Regno Unito. Una città industriale in cui contano solo i fatti, i soldi, la produzione e il mercato: «Fatti, fatti, fatti ovunque nell’aspetto materiale della città; fatti, fatti, fatti ovunque in quello spirituale. La scuola di M’Choakumchild era solo fatti, la scuola di disegno era solo fatti, le relazioni fra padroni e operai erano solo fatti e tutte le cose erano fatti, tra l’ospedale dove si nasceva e il cimitero, e ciò che non si poteva tradurre in cifre o che non si poteva acquistare più a buon mercato o vendere al prezzo più alto, non esisteva e non avrebbe mai dovuto esistere, nei secoli dei secoli, amen».

Ogni giorno uguale al precedente e al futuro

Un processo di omologazione che coinvolge l’intera comunità, composta da gente costretta, ogni giorno, a compiere gli stessi gesti e a fare le stesse cose: «Persone uguali l’una all’altra, che uscivano ed entravano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso rumore sugli stessi marciapiedi, che avevano tutte lo stesso lavoro e per le quali ogni giorno era uguale al giorno precedente e a quello futuro, e ogni anno era la copia dell’anno passato e di quello ancora di là da venire». All’interno di questo alienante contesto anche la scuola viene piegata a servire gli interessi del mercato e del profitto. Nelle parole del grasso banchiere Bounderby (“criminale”) e del pedagogo Gradgrind (“colui che misura e schiaccia”) si intravedono le linee direttrici di un’istruzione tesa a combattere tutto ciò che si oppone alla concretezza dei fatti e alla produzione. Nemico di un insegnamento aperto all’immaginazione, ai sentimenti, agli affetti, a ogni forma di curiositas, Gradgrind viene presentato «con una riga, una bilancia e la tavola pitagorica sempre in tasca», pronto «a pesare e a misurare qualunque particella della natura umana e a dirvi esattamente a quanto ammonta». Per lui, l’educazione e la vita si riducono a «pura questione di cifre», a un «caso di matematica elementare». Così come i giovani alunni vengono considerati «piccoli recipienti che dovevano essere colmati di fatti».

 

Se la Banca mondiale decide cosa impareremo

Oggi, purtroppo, questa profetica descrizione è diventata realtà. Da molti anni, infatti, i parametri internazionali dell’istruzione vengono sempre più condizionati dalle direttive di agenzie (pubbliche e private) transnazionali: spetta agli esperti della Banca mondiale, dell’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico e dell’Organizzazione mondiale del commercio indicare criteri attraverso cui valutare l’apprendimento nelle scuole degli Stati membri. Un ambizioso sistema di regole volto a creare un canone omogeneo in grado di offrire, attraverso periodiche rilevazioni, una “radiografia” oggettiva e uniforme dei vari sistemi educativi. L’efficienza dell’istruzione non si misura più sulle “conoscenze” da condividere con gli studenti, ma sulle “competenze” che gli allievi dovranno acquisire in vista dello loro futura immissione nel mercato del lavoro. Detto in altri termini: l’obiettivo ormai non è quello di formare cittadini colti in grado di capire, criticamente, se stessi e il mondo che li circonda, ma di addestrare professionisti capaci di adattarsi alle richieste della produzione globale.

 

«LENTAMENTE SCUOLE E UNIVERSITÀ SFORNERANNO ESERCITI DI POTENZIALI “IMPRENDITORI” E “COMPRATORI” DA FARE IMPALLIDIRE L’UOMO D’AFFARI “PROPRIETARIO” DI STELLE INCONTRATO DAL PICCOLO PRINCIPE DI SAINT-EXUPÉRY»

Pedagogia mercantile e test criminali

I risultati di queste tendenze, frutto di una “pedagogia mercantile”, già cominciano a venire allo scoperto. In Italia, per esempio, in una recente verifica Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) effettuata nel maggio 2018, una delle domande (formulata, tra l’altro, in un pessimo italiano!) del test somministrato a studenti della scuola primaria conteneva questi quesiti: «Pensando al tuo futuro, quanto pensi che siano vere queste frasi? A) Raggiungerò il titolo di studio che voglio. B) Avrò sempre abbastanza soldi per vivere. C) Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero. D) Riuscirò a comprare le cose che voglio. E) Troverò un buon lavoro». Chiedere a bambini, collocati in una fascia di età tra 7 e 10 anni, «avrò abbastanza soldi per vivere» o «riuscirò a comprare le cose che voglio» è un crimine che purtroppo non suscita nessuna indignazione.

Dominati dalla religione del profitto

Sembra evidente che lo scopo principale dell’educazione - in sintonia con la religione del profitto che domina ormai in tutto il mondo - debba essere quello di formare futuri consumatori interessati solo a un’istruzione funzionale alle esigenze della produzione mondiale per garantire un accesso a una professione in grado di assicurare lauti guadagni. Lentamente scuole e università sforneranno eserciti di potenziali “imprenditori” e “compratori” da far impallidire l’uomo d’affari, “proprietario” di stelle, incontrato dal piccolo principe nelle sue cosmiche peregrinazioni, genialmente raccontate da Antoine de Saint-Exupéry. I princìpi ideologici propugnati dal banchiere Bounderby e dal pedagogo Gradgrind sembrano ormai incarnati in un lessico preso a prestito esclusivamente dal mondo dell’economia.

«RALLENTARE OGGI SIGNIFICA “PERDERE TEMPO”. EPPURE LA CONOSCENZA E LE RELAZIONI UMANE HANNO BISOGNO DI LENTEZZA. IN QUESTA PROSPETTIVA, “PERDERE TEMPO” SIGNIFICA IN REALTÀ “GUADAGNARLO”, IMPADRONIRSI DEL PROPRIO TEMPO»

La schiavitù di «debiti» e «crediti»

Le prime due parole con cui i nostri studenti debbono fare i conti appena si iscrivono all’università sono “crediti” e “debiti”. E mentre in Europa tutti i governi, per decenni, hanno tagliato fondi all’istruzione, da anni si finanziano massici investimenti per la didattica digitale. La drammatica esperienza della pandemia ha contribuito ad accelerare processi che erano già nell’aria. Il prezioso soccorso della tecnologia durante i mesi di isolamento è stato considerato come una grande opportunità per cogliere le straordinarie potenzialità dell’insegnamento telematico. Aver confuso l’emergenza con la normalità, ha rafforzato la platea dei sostenitori convinti che la scuola moderna la facciano i computer e le lavagne connesse e non i buoni professori. Un’occasione per considerare la lezione magistrale (che da Socrate a qualche decennio fa aveva mantenuto vivo il rapporto diretto tra maestri e allievi) come un vecchio arnese obsoleto da sostituire con spettacolari programmi didattici multimediali. Stiamo dimenticando che solo un bravo docente, e non una piattaforma digitale, potrà cambiare la vita di uno studente.

Scuola deriva dal greco skholè che significa ozio

L’enfatizzazione della didattica a distanza e delle esigenze del mercato stanno contribuendo a far perdere di vista l’autentica missione dell’insegnamento e della ricerca: il termine scuola deriva dal greco skholè che significa ozio, tempo libero, «piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico». Per queste ragioni i professori non possono essere manager e procacciatori di affari. Le scuole e le università non possono essere aziende che vendono diplomi. Gli studenti non possono essere clienti che acquistano “passaporti” per il mondo del lavoro. Non si studia soltanto per imparare un mestiere. Non è vero che sia “utile” solo ciò che produce profitto e guadagno. E, a maggior ragione, i laboratori scientifici non sono distributori automatici in cui le aziende mettono soldi per selezionare e acquisire i prodotti che desiderano.

La lentezza che serve alla conoscenza

L’universo dell’educazione è uno specchio in cui si riflettono le contraddizioni della società. Così al culto della produttività e del profitto si aggiunge anche quello della rapidità. La velocità è diventata sempre più espressione della potenza sociale, dell’efficienza, dell’economizzazione del tempo. Rallentare, oggi, significa “perdere tempo”. Eppure, a riflettere bene, la conoscenza, le relazioni umane e il nostro rapporto con la vita hanno soprattutto bisogno di “lentezza”. Basta rileggere un bellissimo elogio che Friedrich Nietzsche dedica alla filologia (scienza in via di estinzione perché gli anni che richiede l’edizione di un classico sono in contrasto con il meccanismo quantitativo delle valutazioni nei concorsi universitari) per capire l’importanza essenziale del lento: «Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento». Una riflessione rivoluzionaria che vuole essere una feroce critica alla dittatura «della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia» tesa a «’sbrigare’ immediatamente ogni cosa».

Sprecare anni

All’interno di questa prospettiva, prendere tempo non significa perdere tempo, ma significa, al contrario, guadagnare tempo, impadronirsi del proprio tempo. “Perdere” un’ora al giorno per noi stessi può aiutarci a non “perdere” il senso della nostra vita: fermarsi, e dedicare tempo alla riflessione, è un’occasione per capire che cosa davvero amiamo e per orientare in maniera consapevole la nostra esistenza. Perdere tempo vuol dire rendere più umano il nostro tempo e la nostra vita. Disconnettersi per rinunciare alla rapidità e all’urgenza, è un imperativo per riconquistare la libertà perduta e per relazionarsi agli altri e al mondo con più equilibrio, senza fretta, senza furia, senza nessun bisogno di precipitarsi. Solo così potremo scoprire, come ci ha insegnato il colonnello Aureliano Buendía, la feconda inutilità di compiere azioni e gesti privi di ogni finalità utilitaristica. Rinchiuso nel suo segreto laboratorio a Macondo, infatti, il protagonista di Cent’anni di solitudine fabbrica pesciolini d’oro in cambio di monete d’oro che poi vengono fuse per produrre nuovamente altri pesciolini. Circolo vizioso che non sfugge alle critiche di Ursula, all’occhio affettuoso della madre preoccupata per il futuro del figlio: «Col suo terribile senso pratico, Ursula non poteva capire quale fosse il guadagno del colonnello, che cambiava i pesciolini con monete d’oro, e poi trasformava le monete d’oro in pesciolini, e così via, di modo che era costretto a lavorare sempre più a mano a mano che aumentavano le vendite, per soddisfare un esasperante circolo vizioso. In verità, ciò che gli interessava non era il guadagno ma il lavoro».

«COMPIERE ATTI GRATUITI E DISINTERESSATI, PRIVI DI UNA PRECISA FINALITÀ, CAPACI DI RIFIUTARE QUALSIASI LOGICA COMMERCIALE VUOL DIRE COLTIVARE VALORI ALTERNATIVI ALLA SUPREMAZIA DELLE LEGGI DEL GUADAGNO, ALLA DITTATURA DELL’URGENZA»

Coltivare l’alternativa

Inseguendo le sue passioni, il colonnello confessa con grande candore che «i suoi unici attimi di felicità, dal pomeriggio remoto in cui il padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio, erano trascorsi nel laboratorio di oreficeria, dove passava il tempo montando pesciolini d’oro». Probabilmente, proprio questa semplicità, motivata solo da un’autentica gioia lontana da qualsiasi aspirazione al profitto, ci aiuta a capire l’importanza di ciò che (ingiustamente) la nostra società ritiene “inutile”, perché non monetizzabile. Compiere atti gratuiti e disinteressati, privi di una precisa finalità, capaci di rifiutare qualsiasi logica commerciale, significa coltivare valori alternativi alla supremazia delle leggi del mercato e del guadagno, alla dittatura della rapidità e dell’urgenza. Non è il raggiungimento della meta lo scopo del nostro viaggio: ma, come ci suggerisce Costantino Kavafis nella sua bellissima poesia intitolata Itaca , è l’esperienza che compiamo durante il percorso per raggiungere l’isola a renderci ricchi e migliori.

Abbandonarsi alla curiositas

Fermare o rallentare il tempo della produttività vuol dire abbandonarsi all’avventura degli incontri inattesi e improbabili. È proprio in questo spazio di libertà che possiamo coltivare la nostra curiositas per alimentare la riflessione e la creatività. Si tratta di uno scarto necessario, di un «disguido del possibile» per dirla con Eugenio Montale, in grado di aprirci alle sorprese della vita. Il vero bene di lusso, in una società in cui il virtuale sta assorbendo ogni aspetto della nostra esistenza, coinciderà sempre più con il dedicarsi alle relazioni umane. Perdere tempo, insomma, per consacrarsi agli affetti, per riflettere, per ascoltare musica, per ammirare un quadro, per riconcorrere una farfalla, per godere le meraviglie della natura significa guadagnare tempo per sé e per gli altri, contribuendo a rendere l’umanità più umana.

https://www.corriere.it/sette/cultura-societa/20_ottobre_02/sprecare-tempo-fa-bene-perdere-un-ora-giorno-aiuta-noi-altri-362275c0-026e-11eb-a582-994e7abe3a15.shtml

viernes, 4 de diciembre de 2020

EL MICRÓFONO DE ALICIA PERRIS. “LA REDADA DE LOS NOTABLES”, DE ANNE SINCLAIR

 


AUDIO:

https://www.radiosefarad.com/wp-content/uploads/2020/12/201205microfono.mp3

La conocida periodista francesa judía Anne Sinclair acaba de presentar su último libro, “La redada de los notables” (“La rafle des notables”). Anne-Élise Schwartz (su nombre de soltera), es la hija de Joseph-Robert Schwartz (ahora Sinclair), ejecutivo y Caballero de la Orden de la Legión de Honor, y Micheline Nanette Rosenberg​ (representada en una pintura de Picasso​ y nieta del gran marchante de arte, París y Nueva York, Paul Rosenberg, del cual es una de las herederas, dueña de una parte de su colección de pinturas valorada en varios millones de euros). Divorciada del periodista Ivan Levaï, se casó en París el 24 de noviembre de 1991 con el político Dominique Strauss-Kahn, ex Director del Fondo Monetario internacional. Luego del escándalo en Estados unidos de éste, se divorció y está emparejada en la actualidad con Pierre Nora.

Licenciada en Derecho, diplomada del Instituto de Estudios Políticos de París (1972), comenzó su carrera como periodista al año siguiente. Se convirtió en una estrella de la pequeña pantalla. Obtiene con “Sept sur sept” varios premios. También vinculada a Paris Match y al Huffington Post, es una de las mujeres intelectuales más reconocidas de Francia. Escribió varios libros, el anterior al que ahora se presenta, “La redada de los notables”, editado esta primavera, fue “21, rue de la Boétie”, donde relata su historia vinculada al otro abuelo, el materno, Paul Rosenberg. A este libro, comentado en el Instituto Francés de Madrid hace algún tiempo por la propia autora, le dedicó esta emisión en Radio Sefarad un programa.

“La redada de los notables” fue presentada en el campo de concentración de Compiègne y también en el Museo de Arte e Historia del Judaísmo (el MAHJ, al que tantas veces ha glosado este Micrófono) el pasado mes de octubre. Tengan paciencia, disfruten de lo que se pueda y sean solidarios con la gente y la vida. ¡Hasta el próximo Micrófono, Shalom!

Alicia Perris

https://www.radiosefarad.com/la-redada-de-los-notables-de-anne-sinclair/

AND THE GODFATHER CODA: THE DEATH OF MICHAEL CORLEONE | FRANCIS FORD COPPOLA FEATURETTE | PARAMOUNT

 


Celebrating the 30th Anniversary of The Godfather: Part III, director/screenwriter Francis Ford Coppola brings a definitive new edit and restoration of the final film in his epic Godfather trilogy—Mario Puzo’s THE GODFATHER, Coda: The Death of Michael Corleone. Michael Corleone (Al Pacino), now in his 60s, seeks to free his family from crime and find a suitable successor to his empire. That successor could be fiery Vincent (Andy Garcia)... but he may also be the spark that turns Michael's hope of business legitimacy into an inferno of mob violence. The film’s meticulously restored picture and sound, under the supervision of American Zoetrope and Paramount Pictures, includes a new beginning and ending, as well as changes to scenes, shots, and music cues. The resulting project reflects author Mario Puzo and Coppola’s original intentions of The Godfather: Part III, and delivers, in the words of Coppola, “a more appropriate conclusion to The Godfather and The Godfather: Part II.”’

Featuring: Al Pacino, Diane Keaton, Andy Garcia, Franc D'Ambrosio, Bridget Fonda, George Hamilton, Joe Mantegna, Talia Shire, Eli Wallach, Sofia Coppola, Raf Vallone

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EDDIE VAN HALEN, NEIL PEART & MORE FEATURED IN 'SGT. PEPPER'S' STYLE TRIBUTE TO LOST ICONS

By RTTNews Staff Writer

British artist Chris Barker's annual Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band-esque tribute to the lost icons of the year has arrived, and it is veritably overflowing with the losses that 2020 has withstood.

"Early spring I thought the devastating wildfires in Australia would be the defining moment of the year but, goodness me, 2020 just kept piling it on," Barker shared with Billboard. "So I had a couple of options of how to show this year was a year like no other."

The celebrities represented in the artwork include Eddie Van Halen, Rush's Neil Peart, Pop Smoke, Naya Rivera, Little Richard, George Floyd, Bill Withers, Chadwick Boseman, Sean Connery, and Diego Maradona.

"Every line a reminder of a life taken, a family ripped apart. Every time I do this montage it is an emotional journey, however detached I may get from the subject matter while I'm in the thick of the PhotoShop, when I put the list together for the key at the end and look at it, it is a quite sobering moment," Barker added.

(Photo: Chris Barker)

For comments and feedback contact: editorial@rttnews.com

https://www.rttnews.com/3150857/eddie-van-halen-neil-peart-more-featured-in-sgt-pepper-s-style-tribute-to-lost-icons.aspx?refresh=1

jueves, 3 de diciembre de 2020

CAN MUSEUMS USE THEIR ENDOWMENTS TO SUPPORT THE GREATER GOOD?

A report released by Upstart Co-Lab outlines how institutions can align their investments with their missions.

by Valentina Di Liscia


The Louvre Museum in Paris. (photo by Pedro Szekely via Flickr)

Since 2018, the Louvre Museum in Paris has allocated five percent of its €250 million (~$301 million) endowment to socially-responsible investments, including artisan and traditional craft, cultural tourism, and cultural heritage. It’s one example of how an institution with a sizable endowment — a pool of money whose principal is reinvested to yield an income — can grow its own assets while benefiting the greater good.

In financial parlance, the practice is known as “impact investing”: making investments to generate positive social or environmental change, in addition to financial returns. And while some institutions like the Louvre are already doing so, a new guide released by Upstart Co-Lab, a think tank of Rockefeller Philanthropy Advisors, argues that impact investing could be much more widespread in the US, where museums hold more than $40 billion in their combined endowments.

The appeal of impact investment comes as museums grapple with increased scrutiny into their funding sources. Recent incidents, such as the resignation of former tear gas manufacturer Warren Kanders from the Whitney Museum’s board, have shone a light on the tension between institutions’ progressive-leaning programming and exhibitions and the origins of their patrons’ wealth. The Metropolitan Museum of Art and the American Museum of Natural History have vowed to suspend accepting gifts from members of the Sackler family because of their ties to Purdue Pharma, the pharmaceutical company that helped create the opioid epidemic.

Through “negative screening,” institutions can exclude companies for potential investment that are not aligned with an institution’s values or show deficiencies in their environmental, social, and governance practices. Instead, the report suggests, they could opt to invest in businesses like ethical fashion or sustainable food, or even real estate projects that are affordable and target the creative economy, like artist studios.

For example, the Souls Grown Deep Foundation in Atlanta, which holds the largest collection of works by African American artists from the Southeast, invests in a socially responsible fintech fund that provides access to capital for women and BIPOC entrepreneurs. Last year, the foundation adopted a 100% for-impact investing policy.

The report notes that only 2.7% of venture capital goes to women founders, and just 2.4% to Black and Latinx founders. As demands for racial justice grow louder across the country and museums boast ambitious Diversity, Equity, and Inclusion (DEI) platforms, impact investing may be one way to put their money where their mouth is, so to speak.

The subject of museum endowments has been a sensitive one since the start of the pandemic. As major institutions such as the Guggenheim in New York City slashed staff in an effort to balance the financial losses of virus-related shutdowns, many wondered why museums could not instead dip into endowments to keep workers employed, some in the hundreds of millions. The Museum of Modern Art, with an endowment of over $1 billion, terminated all freelance educator contracts, prompting outrage in a sector of the industry already worn down by precarious employment and low wages.

In a counterexample, the Los Angeles Philharmonic announced in May that it would draw $20.6 million from its endowment to help close an $80 million budget gap.

The reasons why an institution may choose not to touch its endowment principal are myriad, but they often boil down to one inherent paradox: endowment funds are primarily made to be invested, not spent. The donors who contribute to these funds largely control how they are invested and when they can be drawn on for operational purposes, as do state restrictions.

“There are regulations that govern spending from endowments: the Uniform Prudent Management of Institutional Funds Act requires investing and spending at a rate that will preserve the purchasing power of the principal over the long term,” Laura Callanan, Founding Partner of Upstart, told Hyperallergic.

Patrons’ focus on financial growth often contributes to their hesitation around impact investing. When conversations around aligning its endowment portfolio with its mission begun in 2014 at the Brooklyn Museum, some board members expressed concern.

“While the idea of impact investing made sense in theory, we knew it would take some time for those historically focused primarily on financial returns to come on side,” said David Berliner, President and COO of the Brooklyn Museum, according to Upstart Co-Lab’s report. The board, it notes, has since “committed to a deeper exploration.”

Upstart Co-Lab aims to dispel the myth that more socially-conscious investments translate to an economic sacrifice; in fact, they can be lucrative. Since the California Institute of the Arts (CalArts) committed to divesting from fossil fuels in 2015, it reports investment gains of $700,000 from 2016 to 2020.

Some case studies cited by Upstart Co-Lab’s report merit further analysis. Part of CalArts’s shift toward environmentally conscious investments included reinvesting in an ex-Fossil Fuel Fund developed by BlackRock, the world’s largest asset manager. But although BlackRock may be committed to climate sustainability, the company is the second-largest investor in two major private prison companies. Competing social interests — in this case, the prospect of a greener future versus prison profiteering — may pose complex ethical conundrums for institutions.

Still, impact investing may be a start to holding museums accountable. As activists rightly question the presence of certain individuals on boards and denounce dubious sponsorships, it is a timely moment to apply the same criteria to a museum’s investments. “Should the endowments of America’s greatest cultural institutions be invested in opioids, weapons, fossil fuels and activities inconsistent with organizational mission and values?” asks Upstart Co-Lab. The report’s takeaway is a resounding “no.”

https://hyperallergic.com/604770/can-museums-use-their-endowments-to-support-the-greater-good/?utm_campaign=Daily&utm_content=20201203&utm_medium=email&utm_source=Hyperallergic%20Newsletter

VALÉRY GISCARD D’ESTAING, ANCIEN PRÉSIDENT DE LA RÉPUBLIQUE, EST MORT, HIER

 Elu président à 48 ans, Valéry Giscard d’Estaing, mort mercredi à l’âge de 94 ans des suites du Covid-19, a connu une brillante ascension politique. Il incarne le changement sans rupture et transforme – en peu de temps – la société française durablement.

Par Edouard Pflimlin

L’ancien président de la République Valéry Giscard d’Estaing est mort mercredi 2 décembre, à l’âge de 94 ans dans sa propriété d’Authon dans le Loir-et-Cher. « Son état de santé s’était dégradé et il est décédé des suites du Covid-19 », a écrit sa famille dans un communiqué transmis à l’Agence France-Presse (AFP). « Conformément à sa volonté, ses obsèques se dérouleront dans la plus stricte intimité familiale. » Il avait été hospitalisé à plusieurs reprises ces derniers mois pour des problèmes cardiaques.

Valéry Giscard d’Estaing est né le 2 février 1926, à Coblence (Allemagne), où son père, Edmond Giscard, est directeur des finances du Haut-Commissariat de France en Rhénanie, région alors occupée par l’armée française. Sa mère, May Bardoux (1901-2003), est la fille du sénateur, puis député du Puy-de-Dôme et membre de l’Institut Jacques-Bardoux, et la petite-fille d’Agénor Bardoux, également député et sénateur du même département, et ministre de l’instruction publique au début de la IIIe République. Jacques Bardoux est également un écrivain prolifique, et reçoit à ce titre le prix de l’Académie française. En 1922, par décret, les Giscard deviennent Giscard d’Estaing, nom d’une autre branche de la famille.

Valéry Giscard d’Estaing fait ses études à l’école Gerson, au lycée Blaise-Pascal à Clermont-Ferrand, puis aux lycées Janson-de-Sailly et Louis-le-Grand, à Paris, pendant l’Occupation. Il obtient son double baccalauréat en philosophie et mathématiques élémentaires en 1942, à 16 ans. Participant ensuite à la Résistance, il s’engage dans la Ire armée française en 1944 et combat en Allemagne et en Autriche. Il est décoré de la Croix de guerre……………..

https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2020/12/02/valery-giscard-d-estaing-ancien-president-de-la-republique-est-mort_6061969_3382.html

3/12/2020, AN INTERVIEW FROM BERLIN WITH AVI AVITAL, HIS MOST RECENT CD "ART OF THE MANDOLIN " AND MUCH MORE (English/Spanish translation)



‘Art of the Mandolin’ is a celebration of the mandolin and its diverse repertoire, offering a guided tour of the instrument’s rich history and a star performer’s personal selection of some of its greatest compositions. However, as Avi Avital comments: “This is not an introduction to the mandolin. It’s the essence of the mandolin.”

It is the first time Avital has made an album where the entire repertoire was originally written for the mandolin. He was joined for the recording by the Venice Baroque Orchestra, harpist Anneleen Lenaerts, guitarist Sean Shibe, harpsichordist Yizhar Karshon and theorbo player Ophira Zakai.

‘Art of the Mandolin’ marks a major milestone in the history of the instrument and its repertoire. It also underlines the contribution made by a remarkable musician to broadening the mandolin’s appeal. “When I started playing classical repertoire in concert halls almost twenty years ago, my instrument was a curiosity,” Avi Avital recalls. “To include it in important concert programmes, the case had to be made time and again that the mandolin deserves an audience.” Having now played in almost every major concert hall and with many of the world’s leading orchestras, Avital has made the mandolin an integral part of the classical scene.