Jean Moulin
parachute en France occupée et unit les résistants sous de Gaulle. Capturé et
torturé par le chef de la Gestapo Klaus Barbie, son silence absolu contribue à
la libération de la France.
MOULIN Bande
Annonce (2026) Gilles Lellouche, Lars Eidinger, Louise Bourgoin
RESISTENZA
SEMPLICEMENTE PASOLINI
2 novembre 1975. Idroscalo di Ostia. Pier Paolo Pasolini viene ammazzato.
Avevo quindici anni. Di quei giorni mi è rimasto in testa soprattutto il brusio. Se ne parlava dappertutto. A scuola, per strada, con la televisione accesa durante i pasti. Tutti avevano qualcosa da dire, anche quelli che non sapevano niente. Era una specie di eccitazione sporca, travestita da dolore. Alle edicole, le fotografie del cadavere stavano in bella mostra, accanto al Corriere dello Sport.
Pochi mesi dopo, in casa, sulla mensola della libreria di mia sorella, appare un volume: Scritti corsari. Copertina rossa, titolo bianco. Mi ci tuffo senza sapere bene in cosa sto entrando. Non era solo un libro. Era un ordigno.
«Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero.»
Quelle righe raccontavano una malattia che avevo sempre avuto sotto gli occhi, ma alla quale non sapevo ancora dare un nome. Il conformismo, la gente che diventava tutta uguale. La voglia di arrendersi senza nemmeno accorgersene. Non ero d’accordo su tutto. Certe cose che diceva sui “capelloni” o sui poliziotti mi sembravano esagerate, persino sbagliate. Ma non lo leggevo per sentirmi dare ragione. Lo leggevo perché riusciva a guardare dove gli altri giravano la testa.
Pier Paolo Pasolini è stato, anche e soprattutto, un intellettuale fieramente antifascista. «Il fascismo è la codificazione del fondo brutalmente egoista di una società.» Non c’è definizione più tagliente. Il fascismo, per Pasolini, non è solo una stagione brutalmente politica: è un carattere nazionale. Un istinto di sopraffazione che si rinnova nei linguaggi, nelle relazioni. È l’egoismo come ideologia di massa.
A Pasolini non mancava il coraggio civile: il coraggio di dire quando tutti tacevano, di esporsi sapendo che gli sarebbe costato caro. «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani.»
“Io so”: due parole che pesano ancora. Sapeva che il potere aveva cambiato volto, che la televisione stava educando l’obbedienza, che il nuovo fascismo sarebbe stato modernizzato, accettato. In Lettere luterane Pasolini va oltre la denuncia. Il potere, scrive, non si limita a governare. Vuole educare, plasmare, normalizzare. Pretende di entrare dentro i corpi, dentro le teste. Di riscrivere i desideri. È un potere pedagogico e insieme feroce. Vuole cittadini che si sentano liberi mentre vengono addestrati. Consumatori felici della propria alienazione. Il nuovo fascismo, scriveva, è «un sistema di valori che coincide perfettamente con i valori della produzione e del consumo.»
Eccola, la diagnosi finale.
«La tragedia è che non ci sono più esseri umani. Ci sono strane macchine che sbattono una contro l’altra. E questa tragedia è iniziata con quell’universale, obbligatorio e perverso sistema di educazione che forma tutti noi: dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri, che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto, ogni cosa, a tutti i costi. Ecco il motivo per cui vogliono tutti le stesse cose e si comportano allo stesso modo.»
Bisognerebbe impararlo a memoria. Una società che ha smesso di pensare, che non conosce più l’empatia né la misura. Senza più memoria, senza più coscienza. Pasolini lo aveva visto arrivare mezzo secolo fa. E noi, che abitiamo il suo presagio, non abbiamo ancora trovato il modo di uscirne.
Pasolini non è stato un santo né un martire, ma un uomo che ha avuto il coraggio di non abbassare mai lo sguardo.
«Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine.» Lì dentro, c’è tutta la sua condanna.
Dal 20 ottobre
all’8 dicembre 2026, la Galleria Borghese ospita “Tiziano. Dialoghi tra Sacro e
Profano. La Galleria Borghese incontra l’Annunciazione della cattedrale di
Treviso”, a cura di Maria Giovanna Sarti. La mostra dossier propone per la
prima volta un confronto diretto tra l’Annunciazione di Tiziano, proveniente
dalla cattedrale di Treviso, e le opere del maestro veneto già conservate nelle
sale del museo.
L’iniziativa fa
parte delle celebrazioni per il 450° anniversario della morte di Tiziano e
prosegue il percorso delle mostre dossier con cui la Galleria Borghese
approfondisce singoli temi o nuclei della propria collezione attraverso il
confronto con opere provenienti da altre istituzioni. Un format inaugurato nel
2022 proprio con un progetto dedicato a Tiziano: “Tiziano. Dialoghi di Natura e
di Amore”, che aveva accostato la Ninfa e Pastore del Kunsthistorisches Museum
di Vienna ad alcuni dipinti tizianeschi della collezione Borghese.
Il fulcro della
mostra è l’Annunciazione della cattedrale di Treviso, trasferita
temporaneamente a Roma in occasione dei lavori di restauro degli affreschi
realizzati dal Pordenone nella cappella Malchiostro. Prima del prestito, la
tavola è stata interessata da un importante intervento conservativo, che ha
permesso di acquisire nuovi elementi per la sua interpretazione. Tra questi,
un’iscrizione con la data, la firma di Tiziano e un riferimento alla
committenza.
La mostra è
realizzata grazie al generoso prestito della Diocesi di Treviso, con il
contributo scientifico della Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore e con la
collaborazione della Magnifica Comunità di Cadore, con il supporto di DBA
Group.
Dans le Paris
moderne, la danseuse Anastasia rejoint l'Opéra Garnier et répète l'opéra maudit
Orphée, prétendument composé par le Fantôme. Elle tombe amoureuse d'un pianiste
mystérieux alors que la première approche.
LE FANTÔME DE
L'OPÉRA Bande Annonce (2026) Deva Cassel, Julien De Saint Jean, Romain Duris
Une plongée
fascinante à la découverte d'un art du trompe-l'oeil en Corée, entre
bibliothèques savantes et mondes oniriques !
À quoi peut
servir une bibliothèque lorsque le temps manque pour lire ? À l’heure où le
savoir circule sur les écrans, s’évader par la lecture devient parfois un luxe
et la bibliothèque est alors souvent plus regardée que pratiquée.
Ce dilemme n’est
pas nouveau. Dans la Corée de la fin du 18e siècle, le roi Jeongjo (r.
1776-1800) y est déjà confronté. Pris par les affaires de l’État, n’ayant que
peu le temps de lire, il passe commande aux artistes officiels de l’Académie
royale de peinture de réaliser un paravent reprenant sa bibliothèque en
trompe-l’œil, pour rester proche de ses livres. Il trouve ainsi dans la
contemplation de cette peinture un moyen de demeurer symboliquement entouré de
ses précieux ouvrages : un trompe-l’œil prolongeant l’esprit du cabinet
d’étude, stimulant la vertu, la curiosité et la conversation savante.
Les ambassades
coréennes à Pékin jouent alors un rôle déterminant. Les envoyés de Joseon y
découvrent les cabinets de trésors chinois, ainsi que l’art jésuite de la
perspective, diffusé à la cour des Qing et dans les églises de la capitale
impériale par les artistes européens. L’alliance entre l’accumulation érudite
chinoise et le savoir-faire européen en matière de trompe-l’œil nourrit
l’inventivité des peintres coréens, qui développent un usage singulier de la
perspective, le chaekgeori.
Pour la première
fois au musée Guimet, une exposition redonne à ce mouvement pictural sa place
centrale, loin de l’image folklorique ou purement décorative qui lui est trop
souvent associée.
Elle tisse des liens entre l’art jésuite et
l’art coréen, montre l’impact des ambassades coréennes à la cour de Chine,
notamment à travers un exceptionnel rouleau peint de plus de cinq mètres du 18e
siècle présenté pour la première fois, et révèle la diffusion des codes de la
perspective grâce à des œuvres provenant du Louvre et du Asian Civilisation
Museum de Singapour. Elle démontre également que la Corée du Joseon était tout
l’inverse d’un « royaume ermite » mais un pays ouvert, curieux, en dialogue constant
avec le monde.
Chez les lettrés
de Corée, livres, porcelaines ou objets précieux peuplent d'étonnants
trompe-l'œil, où le savoir devient art.
Au-delà du
folklore et de l'ornement, entrez dans un univers prestigieux, entre
bibliothèques savantes et mondes oniriques.
Une exposition
qui fait se rencontrer et dialoguer d'exceptionnels paravents coréens et les
objets, bien réels, qui les composent.
Bien avant
Instagram ou Pinterest, ils dévoilent ce que l'on rêve de posséder.
Une exposition
organisée avec le soutien de Korean Air
The
civilisations that first created Aphrodite disappeared long ago. Her image
never did.
Step into
the world of Aphrodite, the Greek goddess of love, beauty and desire – later
worshipped by the Romans as Venus – in this major exhibition.
Few figures
in human history, and fewer women still, have remained so influential for more
than 5,000 years. From her earliest origins on the island of Cyprus to her
enduring presence in art, fashion and popular culture, Aphrodite has been
continually reimagined across the centuries.
Bringing
together archaeology, sculpture, painting, contemporary art and fashion, the
exhibition traces Aphrodite's remarkable journey through the ancient Greek and
Roman worlds, Renaissance Europe, and into the present day. Discover the myths,
images and ideas that transformed an ancient deity into one of the most
recognisable figures in Western culture.
Featuring
over 150 extraordinary objects spanning more than 5,000 years of history, this
major exhibition offers a fresh perspective on how Aphrodite's image has shaped
changing ideas of beauty, love, femininity and desire, and why she continues to
captivate us today.
Aphrodite,
the Greek goddess of love, beauty, and desire who later became worshipped by
the Romans as Venus. Today, she is thought of as a symbol of passion and beauty
but her story is far older and more complex. Uncover the making of a goddess
whose legacy still shapes our ideas of love and beauty today.
For the
first time since it was made nearly 1,000 years ago, the Bayeux Tapestry has
returned to England.
Following a
historic agreement with France, the 70-metre-long tapestry, depicting events
leading up to the Battle of Hastings and the Norman Conquest of England in
1066, is being loaned to the British Museum from September 2026 to July 2027.
This
monumental embroidery tells the dramatic story of a moment that changed England
forever. No year in the country's history is more famous than 1066.
It was the
last time England was successfully invaded, and it is the year from which the
modern monarchy dates itself. And there is no other object that is as instantly
recognisable, as studied in schools and as copied by artists as the Bayeux
Tapestry.
One of the
wonders of the medieval world, the Tapestry offers a vision of life in
11th-century England both before and after the Conquest, from castles, warfare
and ships to clothing, food and furniture. Likely commissioned by a Norman
patron and made by English embroiderers, using manuscript drawings from
Canterbury, the Tapestry is both a precious historical record and a remarkable
work of art.