lunes, 2 de noviembre de 2026

MOULIN BANDE ANNONCE (2026) GILLES LELLOUCHE. RESISTENZA: 2 NOVEMBRE 1975. IDROSCALO DI OSTIA, P.P. PASOLINI VIENE AMMAZZATO

Jean Moulin parachute en France occupée et unit les résistants sous de Gaulle. Capturé et torturé par le chef de la Gestapo Klaus Barbie, son silence absolu contribue à la libération de la France.

MOULIN Bande Annonce (2026) Gilles Lellouche, Lars Eidinger, Louise Bourgoin


RESISTENZA

SEMPLICEMENTE PASOLINI
2 novembre 1975. Idroscalo di Ostia. Pier Paolo Pasolini viene ammazzato.
Avevo quindici anni. Di quei giorni mi è rimasto in testa soprattutto il brusio. Se ne parlava dappertutto. A scuola, per strada, con la televisione accesa durante i pasti. Tutti avevano qualcosa da dire, anche quelli che non sapevano niente. Era una specie di eccitazione sporca, travestita da dolore. Alle edicole, le fotografie del cadavere stavano in bella mostra, accanto al Corriere dello Sport.
Pochi mesi dopo, in casa, sulla mensola della libreria di mia sorella, appare un volume: Scritti corsari. Copertina rossa, titolo bianco. Mi ci tuffo senza sapere bene in cosa sto entrando. Non era solo un libro. Era un ordigno.
«Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero.»
Quelle righe raccontavano una malattia che avevo sempre avuto sotto gli occhi, ma alla quale non sapevo ancora dare un nome. Il conformismo, la gente che diventava tutta uguale. La voglia di arrendersi senza nemmeno accorgersene. Non ero d’accordo su tutto. Certe cose che diceva sui “capelloni” o sui poliziotti mi sembravano esagerate, persino sbagliate. Ma non lo leggevo per sentirmi dare ragione. Lo leggevo perché riusciva a guardare dove gli altri giravano la testa.
Pier Paolo Pasolini è stato, anche e soprattutto, un intellettuale fieramente antifascista. «Il fascismo è la codificazione del fondo brutalmente egoista di una società.» Non c’è definizione più tagliente. Il fascismo, per Pasolini, non è solo una stagione brutalmente politica: è un carattere nazionale. Un istinto di sopraffazione che si rinnova nei linguaggi, nelle relazioni. È l’egoismo come ideologia di massa.
A Pasolini non mancava il coraggio civile: il coraggio di dire quando tutti tacevano, di esporsi sapendo che gli sarebbe costato caro. «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani.»
“Io so”: due parole che pesano ancora. Sapeva che il potere aveva cambiato volto, che la televisione stava educando l’obbedienza, che il nuovo fascismo sarebbe stato modernizzato, accettato. In Lettere luterane Pasolini va oltre la denuncia. Il potere, scrive, non si limita a governare. Vuole educare, plasmare, normalizzare. Pretende di entrare dentro i corpi, dentro le teste. Di riscrivere i desideri. È un potere pedagogico e insieme feroce. Vuole cittadini che si sentano liberi mentre vengono addestrati. Consumatori felici della propria alienazione. Il nuovo fascismo, scriveva, è «un sistema di valori che coincide perfettamente con i valori della produzione e del consumo.»
Eccola, la diagnosi finale.
«La tragedia è che non ci sono più esseri umani. Ci sono strane macchine che sbattono una contro l’altra. E questa tragedia è iniziata con quell’universale, obbligatorio e perverso sistema di educazione che forma tutti noi: dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri, che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto, ogni cosa, a tutti i costi. Ecco il motivo per cui vogliono tutti le stesse cose e si comportano allo stesso modo.»
Bisognerebbe impararlo a memoria. Una società che ha smesso di pensare, che non conosce più l’empatia né la misura. Senza più memoria, senza più coscienza. Pasolini lo aveva visto arrivare mezzo secolo fa. E noi, che abitiamo il suo presagio, non abbiamo ancora trovato il modo di uscirne.
Pasolini non è stato un santo né un martire, ma un uomo che ha avuto il coraggio di non abbassare mai lo sguardo.
«Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine.» Lì dentro, c’è tutta la sua condanna.

Alfredo Facchini

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