martes, 23 de diciembre de 2025

STIFFELIO – Teatro Municipale di Piacenza

 21 dicembre 2025 

Che dire! Talvolta  ci si innervosisce per le difficoltà dei trasporti, le corse nelle stazioni, l’affanno creato dai ritardi e dalla preoccupazione di perdere la preziosa coincidenza, si  combatte anche il malessere di stagione, ma quando si assiste poi ad una messa in scena di grande bellezza...la soddisfazione supera tutto.

Stiffelio - Gregory Kunde

Lina  - Lidia Frifman

Stankar  - Vladimir Stoyanov

Raffaele -  Carlo Raffaelli

Jorg  - Adriano Gramigni

Federico di Frenge  - Paolo Nevi

Dorotea  - Carlotta Vichi

Direttore  - Leonardo Siri

Regia, scene, costumi  - Pier Luigi Pizzi

Regista collaboratore e disegno luci  - Massimo Gasparon

Assistente alle scene  - Serena Rocco

Assistente ai costumi  - Lorena Marin

Editing video  - Matteo Letizi

Orchestra dell'Emilia Romagna 'Arturo Toscanini'

Coro del Teatro Municipale di Piacenza

maestro del coro  - Corrado Casati

 

NUOVO ALLESTIMENTO

coproduzione

Teatro Municipale di Piacenza

Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena

Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia

Stiffelio è un'opera lirica in tre atti composta da Giuseppe Verdi  su librtetto di Francesco Maria Piave, la cui prima assoluta risale al 16 novembre 1850 al Teatro Grande di Trieste. La vicenda si basa sulla commedia francese di Émile Souvestre ed Eugène Bourgeois, Le Pasteur, ou L'Évangile et le Foyer (1848) ed oggi si direbbe una storia di ‘corna’ e di cronaca nera, seppur con il finale di perdono.

Di questi tempi che tendono all’omologazione e tristemente troppo sovente ‘al ribasso’ il titolo di ‘Maestro’ viene attribuito con facilità e talvolta con faciloneria. Certo è che quando si incontra un vero ‘MAESTRO’ lo si riconosce subito e citando le eleganti realizzazioni di Pier Luigi Pizzi, non si può che pensare ad un ‘Maestro’, il quale non necessita di apporre la sua firma... la raffinata eleganza delle scelte sono già di per sé una firma

Venendo però subito all’allestimento visto al Teatro Municipale di Piacenza, senza ombra di dubbio si può dire di aver assistito ad uno spettacolo di pregio in ogni suo aspetto.

L’orchestra dell’Emilia Romagna ‘Arturo Toscanini’ è davvero un bell’insieme e con il giovane direttore Leonardo Siri (peraltro con un invidiabile curriculum…),  il quale dirige con gesto chiaro e sicuro, senza (mi si permetta) inutili stravaganze o gestualità eccessiva, ma di grande attenzione ed invito, riesce a creare un gradevole ascolto di un’opera non così frequente nei cartelloni operistici. Già nell’ouverture appare il presagio della narrazione musicale e scenica  e si incontrano temi che Verdi riprenderà più tardi, sviluppandoli con toni e accenti che affascineranno il pubblico nel tempo. Musica molto interessante   che colpisce per vigore e sentimento ben trasmessi dall’entusiasmo sia del direttore che dell’orchestra.

Le scene, come predetto, portano una firma inconfondibile, anche se Pier Luigi Pizzi con l’ormai storico collaboratore Massimo Gasparon (il quale disegna le luci con la stessa eleganza di Pizzi) pur restando quasi sul monocolore, ha abbandonato il bianco per il nero, lasciando però immutata l’eleganza delle scene e l’efficace insieme! I costumi, sempre a firma di Pizzi sono quasi tutti neri, facendo spiccare il bianco di Lina nel primo atto ed alcuni elementi scenici,  i libri in rosso o l’oro dei candelabri e degli alamari, il tutto con sullo sfondo un drappo verde autunno prima e raffinate scene neoclassiche poi.

Toccanti davvero alcune scene, come quella dell’anello non portato al dito da Lina, che celandosi dietro un ‘silenzio accusator’ non confessa di averlo donato all’amante o, tanto per citare ancora, quando il superbo Coro del Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati intona ‘Signore non punire con il tuo furore’ ed al finale quando Stiffelio dal pulpito concede il perdono alla fedigrafa Lina, ispirato ai principi religiosi del perdono!

Venendo al cast posso esprimere senza dubbio la soddisfazione di aver udito delle belle voci, temprate e sensibili. Gregory Kunde nel ruolo del titolo  non necessita certo dei miei apprezzamenti, in quanto la sua bella voce e linearità di canto sono già state apprezzate in tutto il mondo ed ancora si riconferma quale grande tenore dalla voce limpida e possente con grande carattere e interpretazione da ricordare. Lidia Fridman, ascoltata per la prima volta mi è apparsa molto brava, coinvolgente e con una voce scura con toni e sfumature non comuni, che vengono accentuate da colori dai riflessi ambrati.

 Altro grande interprete Vladimir Stoyanov che ha ricevuto riconoscimento anche in corso d’opera per la sua partecipe e ben timbrata interpretazione. Anche Carlo Raffaelli nel ruolo di Raffaello (ironia del palcoscenico) ha interpretato con passione e bei colori il suo personaggio sottolineandone i tratti caratteriali.  Anche il giovane basso Adriano Gramigni  riflette una buona preparazione ed il desiderio di essere in ruolo, esprimendo anche toni di tutto interesse, con bel timbro e sicura emissione. Carlo Nevi, parimenti a Carlotta Vichi ottengono i medesimi apprezzamenti per la riuscita della loro solida  interpretazione.

La Musica vince sempre.

Renzo Bellardone

lunes, 22 de diciembre de 2025

LA ORQUESTA Y CORO NACIONALES DE FRANCIA, LLAMATIVO CONCIERTO CON DIRECTOR Y SOLISTAS DE LUJO EN EL TEATRO DE LOS CAMPOS ELÍSEOS

PROGRAMA

SERGUEÏ RACHMANINOV

Les Cloches, op. 35

Pausa

SERGUEÏ RACHMANINOV

Symphonie n° 3 en la mineur, op. 44

El concierto presentado por Saskia de Ville se retransmitió en directo en France Musique y está disponible en francemusique.fr

CAST

MARINA REBEKA, soprano

PAVEL PETROV, tenor

ALEXANDER ROSLAVETS, bajo

CHŒUR DE RADIO FRANCE

AGNIESZKA FRANKÓW-ŻELAZNY directora del coro

ORQUESTA NACIONAL DE FRANCIA

Luc Héry, concertino


La Orquesta Nacional de Francia (ONF) propuso cinco encuentros con la música vocal y sinfónica del compositor ruso Rachmaninov.  Comenzaron el 11 de diciembre con las Danzas sinfónicas y terminarán con la Rapsodia de Paganini el 16 de abril. En esta ocasión se trata de una velada que comienza con Las Campanas op. 35 (título en ruso: Колокола), un poema sinfónico, que incluye coro y solistas, Inspirado en la tenebrosa literatura, fantasmal y onírica de Edgar Poe, fue compuesto entre 1912 y 1913 por el compositor y pianista ruso Serguéi Rachmaninov. Es una sinfonía coral para soprano, tenor, barítono, coro y gran orquesta.

El punto de partida, como explica la especialista del programa de mano, Laetitia Le Guay, es bastante curioso. En 1912, Rachmaninov recibió una carta aconsejándole leer un poema de Edgar Allan Poe, traducido por Constantin Balmont (quien "organizó el texto a su manera") para ponerlo en música. En cuanto lo leyó, al compositor se le ocurrió la idea de una sinfonía vocal en cuatro partes. Solo tras la muerte del compositor se supo quién era el autor de esta carta anónima: Maria Danilova, una violonchelista que no creía que su sugerencia fuera aceptada.

El estreno tuvo lugar el 30 de noviembre de 1913 en San Petersburgo bajo la dirección del compositor y Les Cloches recibió una acogida tremenda. En la presentación de la obra en el concierto de la Filarmónica de Moscú el 8 de febrero de 1914, Rachmaninov obtuvo un éxito inusual. Al final de la sesión, le entregaron coronas de laurel, flores y regalos, mientras el público le brindaba una ovación poco frecuente.

La partitura, que pasa por cuatro estados climáticos bien marcados, evoca las etapas de la vida del ser humano: según Vladimir Jurowski, el primer movimiento representa la edad de la infancia, el segundo de la juventud, la tercera guerra y la cuarta muerte. Son, por tanto:

Allegro ma non tanto, con voz de tenor – Las campanas de los trineos

Lento, con voz de soprano y luego coros - Las dulces campanas nupciales

Presto, con coros - Las campanas de alarma atronadoras

Lento lúgubre con voz de bajo-barítono: Las campanas de hierro melancólicas

Es importante recordar que esta obra fue compuesta entre 1912 y 1913, un año antes de la Primera Guerra Mundial. El tercer movimiento parece anunciar esta guerra y de hecho se enmarca en las habituales narrativas musicales de los compositores eslavos: la patria, la nostalgia, los amores imposibles, la muerte o ese sentimiento inconmensurable y poco definible conocido como “el alma rusa”. El compositor fue prohibido posteriormente en la URSS, debido a que "Esta música emana de un emigrado, un enemigo declarado de la Rusia soviética: Rachmaninov.

La composición de la Sinfonía n.º 3, que se desarrolló en la segunda parte,  se inició después de finalizar la Rapsodia sobre un tema de Paganini y las Variaciones sobre un tema de Corelli. A finales de abril de 1935 llegó a su recién construida Villa Senar en el Lago Lucerna en Suiza con la idea de escribir una sinfonía. Después de muchos retrasos, Rajmáninov llegó a los Estados Unidos justo a tiempo para los últimos preparativos del estreno de la obra, que se celebró en Filadelfia el 6 de noviembre de 1936 con la interpretación de la Orquesta de Filadelfia bajo la dirección de Leopold Stokowski. Y la primera publicación tuvo lugar en Nueva York en 1937 a cargo del editor Charles Foley.

La sinfonía consta de tres movimientos:​

I. Lento – Allegro moderato – Allegro, en la menor

II. Adagio ma non troppo – Allegro vivace, en do sostenido menor

III. Allegro – Allegro vivace – Allegro (Tempo primo) – Allegretto – Allegro vivace, en la mayor

Contiene solamente tres movimientos, pero el central asume el papel dual de movimiento lento y scherzo, lo que supone una innovación sinfónica para Rajmáninov. La obra emplea la forma cíclica, con un sutil uso de los temas combinados, como viene siendo usual en las obras del maestro ruso, con referencias al canto llano Dies irae. Se trata de una obra de transición.

 Respecto al contorno melódico y el ritmo es su sinfonía más expresiva, particularmente en los ritmos de la última danza. El estilo ruso, evidente desde el comienzo con el canto de estilo ortodoxo, es un recordatorio de las raíces del compositor como un hombre que había sido desprovisto de ellas. La música está llena de tristeza y angustia. La melodía y armonía casi siempre se vuelven hacia sí mismas en vez de hacia afuera sin ningún sentimiento de alegría. Es posible que “Si hubiera una sola obra que expresara el dolor que Rajmáninov sentía al estar en el exilio, es esta”, escribió un crítico admirador.

Esta sinfonía sentó precedente por su gran economía de sonido en comparación con sus predecesoras. Su estilo más libre, puede recordar en un principio a la Rapsodia sobre un tema de Paganini. El profundamente trágico primer movimiento, representa un derrumbe con reminiscencias de Mahler en su gran impresión e inexorabilidad. Aunque Rajmáninov mantiene un equilibrio que finalmente se transforma en un poderoso finale.

La producción musical de este compositor fue revaluada durante la década de 1970, lo que hizo que la sinfonía se haya visto desde una perspectiva más favorable en esa época y se haya interpretado en salas de concierto y grabado con frecuencia.

El director rumano de la formación en cuestión (ONF), Cristian Măcelaru, ha querido en esta ocasión exhibir el enorme poder de la orquesta y el coro, que dieron una tonalidad casi trágica y melancólica a esta velada en el Teatro de los Campos Elíseos, sobre todo en vísperas de las Fiestas de Navidad y Fin de año occidentales (la población de París es multicultural, con razas, religiones y culturas muy diferentes).

Queda así en parte en un  segundo plano en la velada, el esfuerzo de la presentación de unos cantantes excepcionales. Especialmente Marina Rebeka, que se ha convertido en una diva de facto, siempre presente en las mejores salas del mundo y con un repertorio fantástico y diferente. El lunes anterior a París, se desplegó con gran éxito en el Ciclo de Lied del Teatro de La Zarzuela de Madrid y a los 3 días, defendió en la capital francesa una parte que le deja pequeño desempeño en el recital. Sin embargo, su versión “nupcial” de Les Cloches dejó de nuevo aflorar su timbre diamantino, la voz ancha, solvente y caudalosa, el fiato interminable, la escuela vocal, el saber estar y más en el escenario, aunque sentada, y la gracia con la que llevó un vestido blanco roto con lentejuelas, que hacía referencia a su participación en Las dulces campanas nupciales. Por cierto, las campanas y su sonido, el simbolismo que entrañan, forman parte de la historia rusa y de su música a través de los tiempos. Religiosa, profana a la vez y militar, de Pascua también.

Igual de solventes el tenor bielorruso Pavel Petrov, sereno, contenido, eficaz y claro (había sobretítulos en francés e inglés, con idioma original ruso), que ganó el Concurso Operalia de zarzuela en 2018 y se ha ganado ya un lugar en reconocidos escenarios líricos.

Alexander Roslavets, el bajo ruso, recuerda los instrumentos vocales que han fascinado a Occidente en la historia de la ópera. Serio, potente vocalmente, de técnica cuidada, sin esforzarse, cumplió también una parte breve, pero de manera contundente.  

En cuanto a La Orquesta Nacional de Francia, es la “garante de la interpretación francesa por su dinamismo y su patrimonio y legado”. Heredera de la tradición interpretativa de la música francesa, ha intentado crear un repertorio propio a través de estrenos de obras de los más grandes compositores contemporáneos: Pierre Boulez, Olivier Messiaen, Henri Dutilleux, Edgar Varèse o Iannis Xenakis Ha grabado muchos discos y obtenido muchos premios. A Sergiu Celibidache, primer director invitado desde 1973 a 1975, le siguió Lorin Maazel. Desde 2008 a 2016, el director italiano Daniele Gatti ha sido el director musical de la orquesta.

La joven directora del coro aquí, a cargo de una masa vocal imponente, como la orquesta, ya que desbordaban el escenario del teatro, Agnieszka Franków-Żelazny (nacida el 24 de marzo de 1976 en Głubczyce) es polaca y profesora de artes musicales y directora artística de muchos conjuntos conocidos en su país entre otras varias actividades. Dirigió con autoridad y fue recompensada por el director y el público cuando salió con todos a saludar.

En esta oportunidad, al frente de la magnífica velada, con un sentido exquisito de los planos sonoros, la elegancia en cada momento de las interpretaciones, el entendimiento y la comunicación con los intérpretes con gestos pequeños,  exultante, el director Cristian Măcelaru. Nacido en Timișoara (1980) es además violinista y el menor de una familia de 10 hijos. Măcelaru se convirtió en director musical de la ONF el 1 de septiembre de 2020, un año antes de lo previsto originalmente. En septiembre de 2022, la ONF anunció una extensión del contrato de director rumano hasta el año 2027. Su relación con la orquesta de la que es titular se ve y se oye fluida y natura, pero exigente.

Se podría concluir después de esta exhibición de calidad, entrega y esfuerzo, que el concierto resultó un hallazgo de repertorio (hay que explorar caminos menos socorridos en salas de prestigio para públicos de todo tipo), de audiencia ( la sala al completo) y no hay que olvidar(siempre se hace)  el papel de todos los equipos que, además de los estrictamente musicales, hacen posible que todo discurra como la seda: entre ellos, los responsables de la tienda que vende libros y cds escogidos, el disponible Café con champán y macarons ad libitum. Y todos aquellos que hacen amable el control “vigipirate” (de seguridad) a la sala, a veces tan molesto y tan mal gestionado. Hacen que el tiempo de espera de entrada al teatro se convierta en una charla entre amigos y en preámbulo de lo que podrá disfrutarse luego: una velada amable, cuidada, concebida con talento y con afecto. Voilà.

Alicia Perris   

VERSION AL ITALIANO

L’ORCHESTRA E IL CORO NAZIONALI DI FRANCIA, CONCERTO IMPRESSIONANTE CON DIRETTORE E SOLISTI DI LUSSO AL TEATRO DEGLI CHAMPS-ÉLYSÉES

PROGRAMMA
SERGEJ RACHMANINOV
Le Campane, op. 35

Intervallo

SERGEJ RACHMANINOV
Sinfonia n. 3 in la minore, op. 44

Il concerto, presentato da Saskia de Ville, è stato trasmesso in diretta su France Musique ed è disponibile su francemusique.fr.

CAST
MARINA REBEKA, soprano
PAVEL PETROV, tenore
ALEXANDER ROSLAVETS, basso

CHŒUR DE RADIO FRANCE
Agnieszka Franków-Żelazny, direttrice del coro

ORCHESTRA NAZIONALE DI FRANCIA
Luc Héry, primo violino

L’Orchestra Nazionale di Francia (ONF) ha proposto cinque appuntamenti dedicati alla musica vocale e sinfonica del compositore russo Rachmaninov. Il ciclo è iniziato l’11 dicembre con le Danze sinfoniche e si concluderà il 16 aprile con la Rapsodia su un tema di Paganini. In questa occasione si è trattato di una serata che si apre con Le Campane op. 35 (titolo originale russo: Колокола), un poema sinfonico con coro e solisti, ispirato alla letteratura cupa, fantastica e onirica di Edgar Allan Poe, composto tra il 1912 e il 1913 dal compositore e pianista russo Sergej Rachmaninov. È una sinfonia corale per soprano, tenore, baritono, coro e grande orchestra.

Il punto di partenza, come spiega Laetitia Le Guay nel programma di sala, è piuttosto curioso. Nel 1912 Rachmaninov ricevette una lettera che gli consigliava di leggere una poesia di Edgar Allan Poe, tradotta da Konstantin Balmont (che “organizzò il testo a modo suo”), per metterla in musica. Dopo la lettura, al compositore venne l’idea di una sinfonia vocale in quattro parti. Solo dopo la morte del compositore si scoprì l’autrice di quella lettera anonima: Maria Danilova, una violoncellista che non credeva che il suo suggerimento sarebbe stato accolto.

La prima esecuzione ebbe luogo il 30 novembre 1913 a San Pietroburgo sotto la direzione dello stesso compositore, e Le Campane ricevettero un’accoglienza straordinaria. Alla presentazione dell’opera al concerto della Filarmonica di Mosca, l’8 febbraio 1914, Rachmaninov ottenne un successo fuori dal comune: al termine della serata gli furono consegnate corone d’alloro, fiori e doni, mentre il pubblico gli tributava un’ovazione rara.

La partitura, articolata in quattro stati emotivi ben distinti, evoca le fasi della vita umana: secondo Vladimir Jurowski, il primo movimento rappresenta l’infanzia, il secondo la giovinezza, il terzo la guerra e il quarto la morte. Sono dunque:

  • Allegro ma non tanto, con voce di tenore – Le campane delle slitte
  • Lento, con voce di soprano e poi cori – Le dolci campane nuziali
  • Presto, con cori – Le campane d’allarme fragorose
  • Lento lugubre, con voce di basso-baritono – Le campane di ferro malinconiche

È importante ricordare che quest’opera fu composta tra il 1912 e il 1913, un anno prima della Prima Guerra Mondiale. Il terzo movimento sembra preannunciare il conflitto e si inserisce nelle consuete narrazioni musicali dei compositori slavi: la patria, la nostalgia, gli amori impossibili, la morte o quel sentimento immenso e difficilmente definibile noto come “l’anima russa”. Il compositore fu in seguito proibito in URSS, poiché «questa musica emana da un emigrato, un nemico dichiarato della Russia sovietica: Rachmaninov».

La composizione della Sinfonia n. 3, eseguita nella seconda parte della serata, iniziò dopo il completamento della Rapsodia su un tema di Paganini e delle Variazioni su un tema di Corelli. Alla fine di aprile del 1935 Rachmaninov arrivò nella sua appena costruita Villa Senar, sul Lago di Lucerna in Svizzera, con l’idea di scrivere una sinfonia. Dopo molti ritardi, il compositore giunse negli Stati Uniti giusto in tempo per gli ultimi preparativi della prima esecuzione, che ebbe luogo a Filadelfia il 6 novembre 1936 con l’Orchestra di Filadelfia diretta da Leopold Stokowski. La prima pubblicazione avvenne a New York nel 1937 a cura dell’editore Charles Foley.

La sinfonia è articolata in tre movimenti:

I. Lento – Allegro moderato – Allegro, in la minore
II. Adagio ma non troppo – Allegro vivace, in do diesis minore
III. Allegro – Allegro vivace – Allegro (Tempo primo) – Allegretto – Allegro vivace, in la maggiore

Pur avendo solo tre movimenti, quello centrale svolge un duplice ruolo di movimento lento e scherzo, rappresentando un’innovazione sinfonica per Rachmaninov. L’opera utilizza la forma ciclica, con un uso sottile dei temi combinati, come è consueto nelle opere del maestro russo, e con riferimenti al canto gregoriano Dies irae. Si tratta di un’opera di transizione.

Per quanto riguarda il profilo melodico e ritmico, è la sua sinfonia più espressiva, in particolare nei ritmi dell’ultima danza. Lo stile russo, evidente fin dall’inizio con il canto di impronta ortodossa, richiama le radici del compositore, di cui egli era stato privato. La musica è intrisa di tristezza e angoscia: melodia e armonia tendono quasi sempre a ripiegarsi su sé stesse, senza alcun sentimento di gioia. «Se ci fosse un’unica opera capace di esprimere il dolore che Rachmaninov provava nell’esilio, sarebbe questa», scrisse un critico ammirato.

Questa sinfonia segnò un precedente per la grande economia del suono rispetto alle opere precedenti. Il suo stile più libero può inizialmente ricordare la Rapsodia su un tema di Paganini. Il primo movimento, profondamente tragico, rappresenta un crollo con reminiscenze mahleriane per imponenza e inesorabilità, pur mantenendo un equilibrio che sfocia infine in un potente finale.

La produzione musicale di questo compositore è stata rivalutata negli anni Settanta, il che ha portato a considerare la sinfonia in una luce più favorevole, favorendone l’esecuzione nelle sale da concerto e le incisioni discografiche.

Il direttore rumeno dell’ONF, Cristian Măcelaru, ha voluto in questa occasione mettere in mostra l’enorme potenza dell’orchestra e del coro, che hanno conferito alla serata al Teatro degli Champs-Élysées un tono quasi tragico e malinconico, soprattutto alla vigilia delle festività natalizie e di fine anno occidentali, in una Parigi multiculturale.

In secondo piano è rimasto, almeno in parte, lo sforzo della presentazione di cantanti eccezionali. In particolare Marina Rebeka, ormai diva di fatto, presenza costante nei migliori teatri del mondo, con un repertorio vasto e originale. Il lunedì precedente a Parigi aveva riscosso grande successo nel Ciclo di Lied del Teatro de La Zarzuela di Madrid e, tre giorni dopo, ha affrontato nella capitale francese una parte che le offriva meno spazio rispetto a un recital. Tuttavia, la sua versione “nuziale” di Les Cloches ha messo nuovamente in luce il timbro diamantino, la voce ampia e generosa, il fiato interminabile, la scuola vocale, l’eleganza scenica – anche da seduta – e la grazia con cui indossava un abito bianco avorio con paillettes, in riferimento alle Dolci campane nuziali. Del resto, le campane e il loro suono, con il simbolismo che racchiudono, fanno parte della storia russa e della sua musica: religiosa, profana e militare al tempo stesso, anche pasquale.

Altrettanto valido il tenore bielorusso Pavel Petrov, sereno, misurato, efficace e chiaro (con sovratitoli in francese e inglese, in lingua originale russa), vincitore nel 2018 del Concorso Operalia nella sezione zarzuela, che si è già conquistato un posto in importanti palcoscenici lirici.

Alexander Roslavets, basso russo, richiama quegli strumenti vocali che hanno affascinato l’Occidente nella storia dell’opera. Serio, potente, tecnicamente curato e senza sforzo apparente, ha affrontato una parte breve ma con grande incisività.

Quanto all’Orchestra Nazionale di Francia, essa è la “garante dell’interpretazione francese per dinamismo, patrimonio ed eredità”. Erede della tradizione interpretativa della musica francese, ha cercato di creare un proprio repertorio attraverso prime esecuzioni di opere dei più grandi compositori contemporanei: Pierre Boulez, Olivier Messiaen, Henri Dutilleux, Edgar Varèse o Iannis Xenakis. Ha inciso numerosi dischi e ottenuto molti premi. A Sergiu Celibidache, primo direttore ospite dal 1973 al 1975, è succeduto Lorin Maazel. Dal 2008 al 2016 il direttore musicale dell’orchestra è stato l’italiano Daniele Gatti.

La giovane direttrice del coro, alla guida di una massa vocale imponente come l’orchestra – tanto da traboccare dal palcoscenico – Agnieszka Franków-Żelazny (nata il 24 marzo 1976 a Głubczyce), è polacca, docente di arti musicali e direttrice artistica di numerosi ensemble nel suo Paese. Ha diretto con autorità ed è stata premiata dal direttore e dal pubblico al momento dei saluti finali.

Alla guida di questa magnifica serata, con un senso squisito dei piani sonori, eleganza in ogni momento interpretativo, grande intesa e comunicazione con gli interpreti attraverso gesti contenuti ma eloquenti, il direttore Cristian Măcelaru si è mostrato in stato di grazia. Nato a Timișoara nel 1980, è anche violinista ed è il più giovane di una famiglia di dieci figli. Măcelaru è diventato direttore musicale dell’ONF il 1º settembre 2020, un anno prima di quanto inizialmente previsto. Nel settembre 2022 l’ONF ha annunciato il rinnovo del suo contratto fino al 2027. Il rapporto con l’orchestra di cui è titolare appare fluido e naturale, ma al tempo stesso esigente.

Si può concludere, dopo questa dimostrazione di qualità, dedizione e impegno, che il concerto è stato un successo sotto il profilo del repertorio (è necessario esplorare percorsi meno battuti nelle sale prestigiose per pubblici diversi), del pubblico (sala completamente esaurita) e non va dimenticato – come spesso accade – il ruolo di tutti i team che, oltre a quelli strettamente musicali, rendono possibile che tutto scorra alla perfezione: tra questi, i responsabili del negozio che vende libri e CD selezionati, l’accogliente Café con champagne e macarons ad libitum, e tutti coloro che rendono più umano il controllo di sicurezza “vigipirate”, talvolta tanto fastidioso quanto mal gestito. Essi trasformano l’attesa per l’ingresso in teatro in una chiacchierata tra amici e nel preludio di ciò che seguirà: una serata piacevole, curata, concepita con talento e affetto. Voilà.

Alicia Perris

domingo, 21 de diciembre de 2025

PHILIPPE JAROUSSKY Y EL ENSEMBLE ARTASESE, SUGERENTE CANTATA BARROCA ITALIANA EN EL TEATRO DE LOS CAMPOS ELÍSEOS.

Philippe Jaroussky, contratenor. Ensemble Artaserse. Teatro de los Campos Elíseos. Varios autores. 17 diciembre, 2025

“Philippe Jaroussky en el corazón de la cantata barroca italiana”. Producción Theatro de los Campos Elíseos.

Programa

Primera Parte

La Gelosia

D. Scarlatti (1685-1757) Sinfonia en Do

A. Scarlatti (1660-1725) Cantata "Ombre tacite e sole", recitativos y arias

F. Durante (1684-1755) en mi menor

B. Galuppi (1706-1785) "La Gelosia", recitativos y arias

Segunda parte

N. Porpora (1686-1768) Cantata "La Gelosia", recitativos y arias

Concierto de A. Vivaldi (1678-1741) para cuerdas en sol menor KV157

Cantata "¡Cessate, mai cessate!", recitativos y arias

“Ombre tacite e sole, con piede errante e lasso.

Qui, tra tenebre oscure, allora d´intorno a te.

(De la Cantata Ombre tacite e sole, de Alessandro Scarlatti)

El precioso y coqueto, con una cúpula evocadora Teatro de los Campos Elíseos (en francés, Théâtre des Champs-Élysées), es un edificio construido en 1913 de estilo mixto art decó y clásico, por el arquitecto Auguste Perret y al escultor Antoine Bourdelle. Tiene tres salas de espectáculos y un restaurante. Está situado en la Avenue Montaigne, muy cerca del también tradicional y refinado Hôtel Plaza Athénée, en el octavo distrito de París, enmarcado por la Torre Eiffel, muy cerca y ahora, con el color de las próximas fiestas.

Se trata pues, de un tradicional reducto de la música clásica en París, junto con la Sala Pleyel, Sala Favart del Teatro Nacional de la Opéra-Comique, la Cité de la Musique, el Teatro del Chatelet y la Sala Gaveau para música de cámara. Sin olvidar la Ópera Garnier, la de Bastille y la Philarmonie de Paris.

La Orquesta Nacional de Francia tiene como sede este teatro y hay que recordar que el 29 de mayo de 1913 tuvo lugar en esta sala el célebre y escandaloso estreno de La consagración de la primavera de Igor Stravinsky.

Ya no es necesario presentar a Philippe Jaroussky aquí, ya que su historia ha estado vinculada durante veinticinco años al Théâtre de l'avenue Montaigne. Lleva mucho tiempo siendo un músico curioso por experimentar nuevos horizontes, como con la compositora finlandesa Kaija Saariaho, recientemente fallecida, o con la cantautora Barbara o Georges Brassens, o los poetas malditos del siglo XIX francés con composiciones evanescentes, lánguidas y melancólicas de Gabriel Fauré, Reynaldo Han y Claude Debussy.  A veces, también se aventura a entrar al foso para dirigir óperas, aunque su estilo favorito sigue siendo el Barroco. Y son 25 años de carrera...

Como escribe en el bien hecho programa de mano, conciso pero elocuente, Vincent Borel, “Los compositores italianos del siglo XVII y XVIII han convertido los Celos en uno de sus temas privilegiados, espejo en ocasiones de sus propias rivalidades o de sus genios contrariados. Son la gran cuestión junto con la infelicidad y el duelo, los temas importantes de las emociones barrocas y la cantata es la forma donde se pueden expresar mejor la violencia y la ternura”.

La cantata devino así una forma de ritualizar las pasiones- la influencia de Descartes, Louis XIV y Versalles y su halo “civilizador” se extendieron a la música y los textos de teatro franceses- y de esta forma, los salones desarrollaron una estética del control, de la contención, para embridar los instintos, lo cual, en algunos casos, sobre todo en ciertas composiciones de la música italiana de esa época también, no hizo más que encenderlos.

Hay una paleta de colores del alma que se despliega en este recital de Jaroussky, en gran parte recogido en su última grabación, precisamente, La Gelosia. ¡Gelosia! (¡Celos!), su último proyecto con los instrumentistas de Artaserse, toma su nombre dramático de dos cantatas solistas que reciben grabaciones de estreno mundial.

Desfilan en esta antología cantatas Vivaldi, Haendel, Alessandro y Scarlatti, el napolitano Nicola Porpora (1686-1768) y el veneciano Baldassare Galuppi (1706-1785). Aunque compuesta con unos 35 años de diferencia, ambas cantatas establecen el mismo texto, 'La Gelosia', escrito por el prolífico Pietro Metastasio. Como puede apreciarse, algunas variaciones con el programa del recital en París.

"La cantata da camera o cantata secular, era un género increíblemente popular en el siglo XVIII", explica Philippe Jaroussky. "Escrito para un cantante solista, a menudo retrata a un hombre o una mujer atravesando los tormentos del amor y representa los diversos estados mentales del personaje… Las cantatas de este tipo sirvieron, creo, como una especie de diario personal para los compositores. Al estar lejos de la ópera, con sus demandas más académicas, podían escribir como quisieran, completamente libres para expresar sus sentimientos".

Philippe Jaroussky, además de cantante, culto, fino, solidario maestro y políglota, es tal vez, una de las voces más bellas en el firmamento vocal internacional. Ahora, su técnica depurada y exquisita, que revisa constantemente para adaptarla a sus evoluciones de voz y edad, le prestan una extensión, una expresividad y una musicalidad poco frecuentes.

En este concierto ha preferido escoger cantar sentidos recitativos, acentuando su empeño no tanto en las habituales agilidades continuas y piruetas fosforescentes, sino en la comunicabilidad, consiguiendo además un centro cómodo y un registro grave muy audible y seguro.  

Vestido de traje gris marengo muy bien cortado, con chaleco y bolsillos en la chaqueta que estilizan aún más su figura, eligió otro negro para la segunda parte, con un simpático (y muy francés) corbatín rojo. El Ensemble Artaserse que lo acompaña hace tiempo, contó esta vez con cuarteto de cuerdas, un clave (excelente) y una tiorba elegante que marcaron muy bien por momentos, una atmósfera onírica e irreal, mágica, con unas producciones que no se habían conocido en el mundo del canto y menos en su tesitura, la del proceloso universo de los castrati, de los que se ha dicho y escrito, casi todo desde hace décadas.

El teatro estaba al completo en todas sus localidades. La audiencia, entregada, chic y con personajes habituales, algunos viajeros, estudiantes y melómanos de postín, que aplaudieron muchísimo al cantante, que sigue conservando esa aura entre infantil y angélica, incluso cuando separa las piernas con resolución, para empezar un aria. Hubo dos “encore”, de Porpora la primera y otra, la esperada y deseada aria “Alto Giove”, del Polifemo, siempre de Nicola Porpora, con la que nos hizo volar.

Alicia Perris  

 

VERSION AL FRANCES 

PHILIPPE JAROUSSKY ET L’ENSEMBLE ARTASERSE, RAFFINÉE CANTATE BAROQUE ITALIENNE AU THÉÂTRE DES CHAMPS-ÉLYSÉES

Philippe Jaroussky, contre-ténor. Ensemble Artaserse. Théâtre des Champs-Élysées. Divers auteurs. 17 décembre 2025
« Philippe Jaroussky au cœur de la cantate baroque italienne ». Production du Théâtre des Champs-Élysées.

Programme

Première partie
La Gelosia
D. Scarlatti (1685-1757) – Sinfonia en do
A. Scarlatti (1660-1725) – Cantate « Ombre tacite e sole », récitatifs et airs
F. Durante (1684-1755) – en mi mineur
B. Galuppi (1706-1785) – « La Gelosia », récitatifs et airs

Deuxième partie
N. Porpora (1686-1768) – Cantate « La Gelosia », récitatifs et airs
Concerto d’A. Vivaldi (1678-1741) pour cordes en sol mineur RV 157
Cantate « Cessate, mai cessate! », récitatifs et airs

« Ombre tacite e sole, con piede errante e lasso.
Qui, tra tenebre oscure, allora d’intorno a te. »
(De la cantate Ombre tacite e sole d’Alessandro Scarlatti)

Le précieux et coquet Théâtre des Champs-Élysées, avec sa coupole évocatrice, est un édifice construit en 1913 dans un style mêlant art déco et classicisme, par l’architecte Auguste Perret et le sculpteur Antoine Bourdelle. Il dispose de trois salles de spectacle et d’un restaurant. Il est situé avenue Montaigne, tout près du traditionnel et élégant Hôtel Plaza Athénée, dans le huitième arrondissement de Paris, encadré par la tour Eiffel toute proche, désormais illuminée aux couleurs des prochaines festivités.

Il s’agit donc d’un bastion historique de la musique classique à Paris, aux côtés de la Salle Pleyel, de la Salle Favart du Théâtre National de l’Opéra-Comique, de la Cité de la Musique, du Théâtre du Châtelet et de la Salle Gaveau pour la musique de chambre. Sans oublier l’Opéra Garnier, l’Opéra Bastille et la Philharmonie de Paris.

L’Orchestre National de France a son siège dans ce théâtre et il convient de rappeler que c’est dans cette salle que se déroula, le 29 mai 1913, la célèbre et scandaleuse création du Sacre du Printemps d’Igor Stravinsky.

Il n’est plus nécessaire de présenter ici Philippe Jaroussky, tant son histoire est liée depuis vingt-cinq ans au Théâtre de l’avenue Montaigne. Depuis longtemps musicien curieux, désireux d’explorer de nouveaux horizons, il a travaillé avec la compositrice finlandaise Kaija Saariaho, récemment disparue, avec la chanteuse Barbara et Georges Brassens, ou encore avec les poètes maudits français du XIXᵉ siècle, à travers les compositions évanescentes, languides et mélancoliques de Gabriel Fauré, Reynaldo Hahn et Claude Debussy. Il s’aventure parfois également dans la fosse pour diriger des opéras, même si son style de prédilection demeure le Baroque.

Comme l’écrit Vincent Borel dans le programme de salle, soigné, concis mais éloquent :
« Les compositeurs italiens des XVIIᵉ et XVIIIᵉ siècles ont fait de la jalousie l’un de leurs thèmes de prédilection, parfois miroir de leurs propres rivalités ou de leurs génies contrariés. Elle constitue une grande question, au même titre que le malheur et le deuil, thèmes centraux des émotions baroques, et la cantate est la forme dans laquelle peuvent le mieux s’exprimer la violence et la tendresse. »

La cantate devint ainsi une forme de ritualisation des passions — l’influence de Descartes, de Louis XIV et de Versailles, avec leur aura « civilisatrice », s’étendit à la musique et aux textes théâtraux français — et de cette manière les salons développèrent une esthétique du contrôle et de la retenue afin de brider les instincts, ce qui, dans certains cas, notamment dans certaines compositions de la musique italienne de l’époque, ne fit que les attiser davantage.

Dans ce récital de Jaroussky se déploie une palette de couleurs de l’âme, en grande partie rassemblée dans son dernier enregistrement, La Gelosia. Gelosia! (Jalousie !), son projet le plus récent avec les instrumentistes d’Artaserse, emprunte son titre dramatique à deux cantates solistes qui reçoivent ici leur première mondiale au disque.

Défilent dans cette anthologie des cantates de Vivaldi, Händel, Alessandro Scarlatti, du Napolitain Nicola Porpora (1686-1768) et du Vénitien Baldassare Galuppi (1706-1785). Bien que composées à environ trente-cinq ans d’intervalle, les deux cantates partagent le même texte, La Gelosia, écrit par le prolifique Pietro Metastasio. Comme on peut le constater, certaines variations apparaissent par rapport au programme du récital parisien.

« La cantate de chambre, ou cantate profane, était un genre incroyablement populaire au XVIIIᵉ siècle », explique Philippe Jaroussky. « Écrite pour un chanteur soliste, elle dépeint souvent un homme ou une femme traversant les tourments de l’amour et représente les différents états mentaux du personnage… Des cantates de ce type ont servi, je crois, comme une sorte de journal intime pour les compositeurs. Loin de l’opéra, avec ses exigences plus académiques, ils pouvaient écrire comme ils le souhaitaient, totalement libres d’exprimer leurs sentiments. »

Philippe Jaroussky, en plus d’être un chanteur érudit, raffiné, pédagogue généreux et polyglotte, est sans doute l’une des plus belles voix du firmament vocal international. Aujourd’hui, sa technique épurée et exquise, qu’il retravaille constamment afin de l’adapter à l’évolution de la voix et de l’âge, lui confère une étendue, une expressivité et une musicalité rares.

Dans ce concert, il a préféré privilégier des récitatifs intensément expressifs, mettant l’accent non pas tant sur les habituelles agilités continues et les pirouettes phosphorescentes, que sur la communicabilité, obtenant en outre un centre vocal confortable et un registre grave très audible et sûr.

Vêtu d’un impeccable costume gris anthracite, avec gilet et poches à la veste qui allongent encore sa silhouette, il a choisi pour la seconde partie un autre habit noir, agrémenté d’un sympathique (et très français) nœud papillon rouge. L’Ensemble Artaserse, qui l’accompagne depuis longtemps, s’est présenté cette fois avec un quatuor à cordes, un clavecin (excellent) et une théorbe élégante, capables de créer par moments une atmosphère onirique et irréelle, magique, avec des résultats rarement entendus dans le monde du chant, et encore moins dans cette tessiture, celle de l’univers tumultueux des castrats, sur lequel presque tout a été dit et écrit ces dernières décennies.

Le théâtre affichait complet à tous les niveaux. Le public, enthousiaste, chic et composé d’habitués, de quelques voyageurs, d’étudiants et de mélomanes raffinés, a longuement applaudi le chanteur, qui conserve cette aura à la fois enfantine et angélique, même lorsqu’il écarte résolument les jambes pour entamer un air. Deux bis ont été offerts : le premier de Porpora, puis l’aria tant attendue et désirée « Alto Giove » de Polifemo, toujours de Nicola Porpora, qui nous a fait littéralement nous envoler.

Alicia Perris

lunes, 15 de diciembre de 2025

CASA DE LA INDIA Y LA EMBAJADA DE LA INDIA EN ESPAÑA PRESENTARON UN TALENTOSO CONCIERTO EN EL REAL CONSERVATORIO DE MÚSICA DE MADRID


Casa de la India. Artes escénicas y música. Concierto de canto Dhrupad. 14/12/2025. A las 18 horas en el Real Conservatorio de Música de Madrid.

En la tarde de domingo de ayer, en medio del bullicio y el ajetreo de las gentes en sus preparativos navideños, un espacio diferente: en la capital se pudo disfrutar de la belleza atemporal del dhrupad en su forma más pura en una velada de trascendencia espiritual y musical con Kirit Singh (canto) y Jorge Lozano (pakhawaj).


El público, que llenaba el auditorio del Conservatorio, variado, con una fuerte presencia de miembros de la comunidad hindú en España, integrantes de Casa de la India, diplomáticos y responsables de entidades culturales madrileñas que irradian una influencia importante en la vida musical, literaria, antropológica y social de la ciudad.

La música vocal dhrupad significa un viaje de entrega a las entidades melódicas divinas de las ragas, la forma más antigua de música raga que se conserva y que se sigue practicando hoy en día desde la antigüedad en el subcontinente indio.

Esta tradición vocal e instrumental- según explicó el Excmo Embajador de la India- el Excmo. Sr. Jayant N. Khobragade - , que se expresó correctamente en inglés y en español, tiene una narrativa de más de 3.000 años y está vinculada a las vedas. La forma comienza con un alap improvisado utilizando sílabas abstractas en el que la raga se experimenta en tres tempos distintos (lento, medio y rápido). La presentación de cada raga concluye con una composición que incluye letras, ajustadas a ciclos rítmicos específicos, acompañadas por el antiguo instrumento de percusión conocido como pakhawaj, muy bien utilizado, con eficiencia y destreza por Jorge Lozano.

Por su parte, Kirit Singh ha sido alumno de música vocal bajo la tutela del maestro de dhrupad de renombre mundial Pt Uday Bhawalkar ji desde 2013. Imparte clases de dhrupad y ha actuado para instituciones y organizaciones famosas en todo el mundo, entre las que se incluyen el Barbican (como parte del Festival Darbar), South Asian Arts UK, SAMA Arts Network, el Instituto del Sur de Asia de Chicago, el Templo de Bellas Artes de Kuala Lumpur, la Academia de Artes Satori de Daca y Hast-O-Neest en Lahore, entre otras.

Es un maestro en tocar el instrumento, cantar y a la vez, mover rítmicamente la mano libre siguiendo las melodías. Con un dominio muy oriental del cuerpo, hacia dentro, profundo, abriendo chakras y la autoconciencia, exhibió una preparación vocal y física de ejecución totalmente diferente de las que se aprecian en los cantantes occidentales, con una técnica donde la respiración y la gestualidad pasan prácticamente desapercibidas, dando un resultado musical notable, sobre todo en su conexión, casi hipnótica, con los oyentes.


Notas de paso: precioso concierto e iniciativa para reunir a una audiencia perteneciente a diferentes cultura, lenguas y religiones. Vestidas incluso de maneras muy diversas. Extraordinario y nada habitual el recibimiento en la sala desde ante del concierto del Embajador de la India y su esposa, interesándose con verdadera dedicación por casi cada uno de los integrantes del público y anunciando- por parte de la Embajador, muchos y bellos eventos convocados por su legación próximamente.

La relación y presentación entre los presentes de los diplomáticos ha sido modélica, en el sentido de que su presencia se ha volcado más que en otras sedes de este tipo, en el contacto y la libertad de movimiento de su entorno y de ellos mismos.

Así, los habituales gestos de pompa y circunstancia y distanciamiento a los que estamos habituados en situaciones análogas se han visto felizmente desplazados por la cercanía y la calidez de dos seres humanos absolutamente disponibles y felices de recibir. Excelentes representantes en España de los pueblos lejanos a los que representan en Europa, en tiempos también complicados y tensos para las relaciones internacionales entre los gobiernos y sus ciudadanos.

Alicia Perris

ENGLISH VERSION

CASA DE LA INDIA AND THE EMBASSY OF INDIA IN SPAIN PRESENT A MAGNIFICENT CONCERT AT THE ROYAL CONSERVATORY OF MUSIC OF MADRID

Casa de la India. Performing Arts and Music. Dhrupad Vocal Concert.

14/12/2025, at 6:00 p.m., at the Royal Conservatory of Music of Madrid.

On yesterday Sunday afternoon, amid the bustle and rush of people busy with their Christmas preparations, a different kind of space emerged: in the capital, audiences were able to enjoy the timeless beauty of dhrupad in its purest form, in an evening of spiritual and musical transcendence with Kirit Singh (vocals) and Jorge Lozano (pakhawaj).

The audience, which filled the Conservatory’s auditorium, was varied, with a strong presence of members of the Hindu community in Spain, representatives of Casa de la India, diplomats, and officials from Madrid’s cultural institutions that exert an important influence on the city’s musical, literary, anthropological, and social life.

Dhrupad vocal music represents a journey of surrender to the divine melodic entities of the ragas—the oldest form of raga music that has survived and continues to be practiced today, originating in ancient times on the Indian subcontinent.

This vocal and instrumental tradition—according to the explanation given by His Excellency the Ambassador of India, Mr. Jayant N. Khobragade, who expressed himself fluently in both English and Spanish—has a narrative spanning more than 3,000 years and is linked to the Vedas. The form begins with an improvised alap using abstract syllables, in which the raga is explored in three different tempi (slow, medium, and fast). The presentation of each raga concludes with a composition that includes lyrics, set to specific rhythmic cycles, accompanied by the ancient percussion instrument known as the pakhawaj, played with great efficiency and skill by Jorge Lozano.

Kirit Singh, for his part, has studied vocal music under the guidance of the world-renowned dhrupad master Pt. Uday Bhawalkar ji since 2013. He teaches dhrupad and has performed for famous institutions and organizations around the world, including the Barbican (as part of the Darbar Festival), South Asian Arts UK, SAMA Arts Network, the South Asia Institute of Chicago, the Temple of Fine Arts in Kuala Lumpur, the Satori Arts Academy in Dhaka, and Hast-O-Neest in Lahore, among others.

He is a master at playing the instrument, singing, and at the same time rhythmically moving his free hand in accordance with the melodies. With a very Eastern command of the body—turned inward, deep, opening chakras and self-awareness—he displayed a vocal and physical preparation for performance entirely different from that seen in Western singers, employing a technique in which breathing and gesture are almost imperceptible, resulting in a remarkable musical outcome, above all in his almost hypnotic connection with the listeners.

Passing notes: a beautiful concert and a wonderful initiative to bring together an audience belonging to different cultures, languages, and religions—even dressed in very diverse ways. Particularly extraordinary and unusual was the welcome in the hall before the concert by the Ambassador of India and his wife, who showed genuine dedication in engaging with almost every member of the audience and announced—on behalf of the Ambassador—many forthcoming and beautiful events organized by his mission.

The interaction and presentation among the diplomats present was exemplary, in the sense that their presence was more focused than in other venues of this kind on direct contact and freedom of movement within their surroundings and among themselves.

Thus, the customary gestures of pomp, ceremony, and distance to which we are accustomed in similar situations were happily replaced by the closeness and warmth of two human beings who were fully approachable and genuinely happy to welcome others. Excellent representatives in Spain of the distant peoples they represent in Europe, at a time that is also complicated and tense for international relations between governments and their citizens.

Alicia Perris

domingo, 14 de diciembre de 2025

FELICES FIESTAS, JUNTOS, SOLIDARIOS, SIN OLVIDARSE DE NINGUNO, LES SUGIERE ESTE BLOG. UN BELVÉDÈRE POUR LA CRÉATION. FONDATION CARTIER, PARIS

 METTRE AU PIED DU SAPIN
Au pied du sapin
Les beaux cadeaux !



FELICES FIESTAS, MERRY CHRISTMAS, JOYEUX NOËL, ECCELLENTE 2026 A TUTTI!. PAIX, SÉRÉNITÉ, SANS GUERRE, SANS FAIM, SANS SANG. POUR UNE NOUVELLE IDÉE DE LA PLANÈTE, AVEC LES FORÊTS, LES ANIMAUX...

RECOMMENÇONS, C´EST POSSIBLE.


FONDATION CARTIER, PARIS


La Fondation Cartier pour l’art contemporain est un espace de dialogue et d’expérimentation artistique qui place l’art contemporain sous toutes ses formes, son exposition et sa diffusion au cœur de son projet institutionnel.

Depuis sa création en 1984 par Alain Dominique Perrin, alors Président de la Maison Cartier, elle expose des créateurs de tous horizons, en décloisonnant les pratiques et les champs de la pensée. 

Constituée au fil d’une programmation à dimension internationale, sa collection est le reflet de sa pluridisciplinarité et de l’étendue des thématiques abordées, en prise directe avec les problématiques contemporaines.

La Fondation Cartier déploie ses activités et ses engagements avec la volonté et l’ambition de rendre accessible la création contemporaine au plus grand nombre. À travers des projets d’expositions et une programmation de rencontres et débats, performances, conférences, elle crée des passerelles entre les lieux de création et nourrit un véritable espace de dialogue multiculturel.

https://www.fondationcartier.com/the-fondation

LA FONDATION ROI BAUDOUIN 50 ANS ET SERA L’INVITÉE D’HONNEUR DE LA BRAFA, À BRUXELLES

 En 2026, la Fondation Roi Baudouin aura deux raisons de se réjouir : elle fêtera ses 50 ans et sera l’invitée d’honneur de la BRAFA, la prestigieuse foire d’art de Bruxelles. 

Cette distinction témoigne de la reconnaissance du travail accompli par la Fondation Roi Baudouin et de ses philanthropes, qui s’engagent depuis de nombreuses années en faveur de la préservation du patrimoine belge. Elle vient également couronner un partenariat qui unit la Fondation à la BRAFA pour la 20e fois.

Œuvres phares à la BRAFA 2026

Sur le stand de la Fondation Roi Baudouin n°151, les visiteurs pourront découvrir un aperçu unique de cette collection aux multiples facettes. Outre une série d’acquisitions récentes, la Fondation présentera à l’occasion de son jubilé une sélection de chefs-d’œuvre acquis antérieurement, qui font aujourd’hui partie du patrimoine public belge.

Parmi les œuvres récemment acquises figurent un bracelet emblématique de Pol Bury de 1968, chef-d’œuvre de l’art cinétique; une œuvre majeure de l’artiste namuroise du Pop Art, Evelyne Axell; une pièce exceptionnelle en dentelle de Bruxelles au point de gaze du XIXème siècle ou un tapis de style Art déco d’Elisabeth De Saedeleer.

D’autre part, la sélection d’œuvres phares acquises antérieurement mettra notamment en avant: une Vue de Bruxelles de Jean-Baptiste Bonnecroy, tableau spectaculaire et unique représentant la ville de Bruxelles vers 1664-1665; une chouette en argent et noix de coco, chef-d’œuvre du Siècle d’or; L’Enseigne du Saint-Sang (Bruges, 1529), sculpture exceptionnelle du gothique tardif; ainsi que le Portrait de Jan Vekemans par Cornelis de Vos (1624), désormais réuni avec les autres portraits de famille au Musée Mayer van den Bergh.

https://www.brafa.art/fr

CANAL ACADÉMIE: ENVIE DE SAVOIR. ENCUENTRO CON MARTÍN CAPARRÓS. SU LIBRO, "BUE". ESPACIO FUNDACIÓN TELEFÓNICA, MADRID



ENTREVISTA MARTÍN CAPARRÓS

Damos la bienvenida en nuestro auditorio a Martín Caparrós, un autor que ha explorado lo grande y lo complejo a través de novelas, ensayos y crónicas que hoy ocupan un lugar central en su trayectoria y en el periodismo narrativo.


Regresa con BUE (Random House, 2025) para conversar con Rodrigo Fresán sobre esta nueva novela: Buenos Aires hecha ciudad y literatura gracias a su escritura poderosa y desafiante