sábado, 14 de septiembre de 2019

LA BOTANICA DI LEONARDO. MOSTRA. FIRENZE


L’esposizione delinea il contesto filosofico e tecnico del tempo di Leonardo per approfondire i suoi studi sulle forme e sui processi del mondo vegetale, attraverso il suo sguardo di pensatore “sistemico”, evidenziando le connessioni fra arte, scienza e natura e le relazioni fra i diversi ambiti del sapere.

La botanica di Leonardo diventa così un punto di osservazione privilegiato per aprirsi ad un discorso contemporaneo sull’evoluzione scientifica e la sostenibilità ecologica.
Dalla fillotassi alla dendrocronologia, gli scritti e i disegni di Leonardo registrano infatti intuizioni di assoluto rilievo nella storia della botanica, generate dal suo acuto spirito di osservazione e dalla sua continua attività sperimentale, che vanno a delineare una visione dinamica della scienza, inscindibile dall’arte e dalla tecnica e ricca di implicazioni e riferimenti anche nella contemporaneità.

Nell’intreccio tra fogli originali, elementi naturali e installazioni interattive, la mostra offre così al pubblico l’occasione di approfondire un importante terreno d’indagine di Leonardo e di apprezzarne gli altissimi esiti raggiunti.


Leonardo da Vinci (1452-1519), Codice Atlantico (Codex Atlanticus), foglio 197 verso. Ricetta per stampare in positivo; in basso, foglia di salvia stampata in negativo. Copyright Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio.

Leonardo da Vinci (1452-1519), Codice Atlantico (Codex Atlanticus), foglio 663 recto. Composizione floreale; discorso sull’utilità degli occhiali. Copyright Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio.



Leonardo da Vinci (1452-1519), Codice Atlantico (Codex Atlanticus), foglio 713 recto. Al centro, foglie e frutti; in alto a destra, otto nomi di persona; a sinistra, studio degli effetti della percussione dei corpi elastici e non elastici; a destra, nota sulla sfericità dell’acqua (intesa come elemento); in basso, piano inclinato e modello di giunto a tenaglia. Copyright Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portofolio.

Il dodecaedro e l’albero di gelso sono simbolo della mostra.

Per gli antichi Greci e per i neoplatonici rinascimentali il Dodecaedro rappresenta l’intero l’universo, mentre gli altri poliedri platonici rappresentano i quattro elementi: la terra (cubo), l’aria (ottaedro), l’acqua (icosaedro) e il fuoco (tetraedro).
Leonardo ha disegnato questi poliedri per il manoscritto De Divina Proportione di Luca Pacioli ammirando le forme con cui la natura crea e trasforma la materia e riflettendo su come l’uomo, parte del creato, può leggerla e rielaborarla. L’interconnessione fra tre dei mondi costitutivi dell’universo – vegetale, animale e minerale – era per Leonardo un mistero da svelare ma non violare.
Il Gelso è una delle piante più importanti per Leonardo, che l’ha rappresentato, come tema unico, nella sala delle Asse del Castello Sforzesco di Milano. Con la foglia del Gelso, inoltre, l’insetto Bombyx mori produce la meraviglia della seta; seta che per Leonardo ben esprime il mistero, la forza, la grazia e la bellezza della natura e la sua condivisione con l’uomo.
Leonardo ha studiato approfonditamente le tecniche di lavorazione della seta e nei suoi appunti sono presenti innovativi progetti di strumenti e meccanismi tecnologici connessi alla produzione serica, con particolare riferimento ai torcitoi e ai processi di torcitura.
Dodecaedro e Gelso sintetizzano uno dei temi portanti della mostra, portando all’attenzione del grande pubblico la visione sistemica di Leonardo. Il suo sguardo – dopo cinque secoli – si offre come un elemento prezioso per osservare, leggere e rileggere il mondo di oggi, intrecciando il pensiero sistemico da lui suggerito cinquecento anni fa con le conoscenze e le tecnologie di cui oggi disponiamo (fra queste le scienze omiche, matematiche e bioinformatiche).
Assumere Leonardo come riferimento per il nostro prossimo futuro implica proporre una nuova visione del tutto e una diversa consapevolezza del posto dell’uomo nel mondo. Fra gli obiettivi da porci, certamente dovremmo individuare nuove modalità per diminuire l’artificialità del progresso (oggi principalmente dovuto alle sostanze chimiche non biodegradabili ed estranee al ciclo del vivente) e studiare come difenderci dalla minaccia incombente che gli influssi epigenetici degli organismi geneticamente modificati portano con sé.
Attingere a Leonardo in chiave autentica e insieme contemporanea implica anche tentare di definire un nuovo sistema di pensiero che guardi e attualizzi quanto avvenne a Firenze dall’inizio del Quattrocento, quando – sotto l’egida medicea – i processi alchemici e il pensiero neoplatonico abbracciarono e nutrirono le arti, le tecnologie, le scienze, secondo una visione organica, nello stesso tempo fortemente coesa e incredibilmente varia.
I poliedri

Nel Chiostro Grande di Santa Maria Novella e in alcune piazze di Firenze trovano posto i cinque solidi geometrici che secondo Platone (428-347 a.C.), raccogliendo l’eredità dei Pitagorici, davano corpo ai quattro elementi del cosmo:


l’esaedro per la terra
l’icosaedro per l’acqua
l’ottaedro per l’aria
il tetraedro per il fuoco
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A questi si aggiungeva il dodecaedro, sintesi sublime della quintessenza:
“rimanendo ancora una forma di composizione, che è la quinta, di quella si fu giovato Dio per lo disegno dell’universo.” (Platone, Il Timeo).
Gli studi di Leonardo sulla matematica e sulla geometria a Milano, sono debitori della conoscenza di fra Luca Pacioli (1445-1517) che conobbe a Milano alla corte di Ludovico il Moro, disegnando per il suo compendio De Divina Proportione sessanta solidi regolari e viceversa ricevendo preziosi insegnamenti. Grazie a questa feconda frequentazione Leonardo sviluppa negli anni profonde riflessioni sull’aritmetica, sulla geometria euclidea, sulle proporzioni, elementi costruttivi del cosmo, della natura, della scienza e dell’arte.

I corpi regolari. Le forme e i misteri del mondo
“Commeapien in le dispositioni de tutti li corpi regulari e dependenti di sopra in questo vedete, quali sonno stati facti dal degnissimo pictoreprospectivoarchitecto musico e de tutte virtù doctatoLionardo da Vinci fiorentino nella cità di Milano, quando ali stipendiideloExcellentissimo Duca di quello Ludovico Maria Sforza Anglo, ci retrovavamoneli anni de nostra Salute 1496 fin al ’99 donde poi d’asiemi per diversi successi in quelle parti ci partimmo e a Firenze pur insiemi trahemmo domicilio et cetera.”
Luca Pacioli, De Divina Proportione, c.28v
I 5 poliedri che troveranno posto in alcune piazze della città di Firenze – piazza Signoria, piazza Stazione, piazza Santa Maria Novella, piazza Bambini di Beslan e in fine il Chiostro Grande di Santa Maria Novella – secondo Platone (428-347 a.C.), che raccolse l’eredità dei Pitagorici, davano corpo ai quattro elementi del cosmo: l’esaedro per la terra, l’icosaedro per l’acqua, l’ottaedro per l’aria e il tetraedro per il fuoco. A questi si aggiungeva il dodecaedro, sintesi sublime della quintessenza:
“rimanendo ancora una forma di composizione, che è la quinta, di quella si fu giovato Dio per lo disegno dell’universo.”
(Platone, Il Timeo)

Empedocle accostava questi corpi poliedrici regolari alle radici del mondo. Per gli antichi infatti ogni elemento risultava costituito da numerosi e piccolissimi poliedri tutti uguali, invisibili all’occhio umano ma presenti, quasi come un’analisi cristallografica. La corrispondenza con gli elementi del mondo veniva giustificata dalla forma più o meno aguzza o stabile del poliedro, che meglio si adattava alla natura dell’elemento. Gli studi più compiuti sui poliedri regolari si devono a Platone ed Euclide, mentre dovremo aspettare più di cinquecento anni per un rinnovato interesse su tali corpi geometrici, prima con Leonardo Pisano, poi con Piero della Francesca e Luca Pacioli.

Gli studi di Leonardo da Vinci  sulla matematica e sulla geometria a Milano sono appunto debitori di fra Luca Pacioli (1445-1517) che conobbe a Milano alla corte di Ludovico il Moro e che continuò a frequentare negli anni successivi, disegnando per il suo Compendio de la divina proportione sessanta solidi regolari e viceversa ricevendo preziosi insegnamenti.
Pacioli era fermamente convinto che la pittura – fondata sulle regole della prospettiva e sulla fedele imitazione della natura – dovesse essere compresa nelle arti del quadrivio e nutriva una profonda stima verso l’opera di Leonardo: le tavole dei poliedri disegnati dalle sue mani in forma solida e vacua sono “in prospettivo disegno” e, come scrive lo stesso frate, “non è possibile al mondo farle meglio”. 

D’altro canto Leonardo, che già aveva acquistato di tasca sua la Summa di Pacioli per 119 soldi (Cod. Atl., f.228r) trasse dalle lezioni del “maestro Luca” (Cod. Atl., f.331r) importantissime lezioni: è grazie a questa feconda frequentazione che Leonardo sviluppa negli anni profonde riflessioni sull’aritmetica, sull’algebra, sulle proporzioni e sulla geometria euclidea, elementi costruttivi del mondo, secondo una visione sistemica che intreccia scienza, filosofia e arte. Esemplare può essere in tal senso la considerazione inclusa nel Manoscritto K dove, fra i numerosi appunti debitori di Euclide, si legge:
“La proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata, ma stiamo nelli suoni, pesi, et temi e siti e qualunque potenzia si sia.”
(Ms K, f.49r).

I manoscritti di Leonardo risultano costellati di numerosi studi matematici e geometrici, con un’attenzione particolare proprio ai poliedri regolari, ai loro processi costruttivi e alle loro implicazioni filosofiche e cosmologiche, secondo cui la natura è concepita in chiave geometrica e costituita strutturalmente da cinque corpi regolari. 
Riprendendo quanto aveva scritto Platone nel Timeo, Pacioli ribadisce infatti la correlazione tra gli elementi costitutivi del mondo e i cinque solidi regolari, “bastanti e sufficienti in natura”.

L’acqua è legata all’icosaedro (dal 14 agosto in piazza Santa Maria Novella), solido composto da ben 20 facce triangolari e quindi conveniente al modo di spargersi e di muoversi proprio dell’acqua:
“e la figura del 20 basi, cioè de lo icocedron la deputò a l’aqua; perochéconciosia che la sia circundata de più basi che alchunade l’altre li parse che la convenisse in la sphera più presto al moto dela cosa che spargendo scende che de quella che ascende.“
La forma del cubo o esaedro (dal 21 agosto in piazza Bambini di Beslan) è attribuita alla terra, che appare costantemente ferma e stabile; questo solido per muoversi ha infatti bisogno, più di ogni altra figura, di una forte spinta:
“e a lo elemento de la terra atribuì la forma cubica, cioè quella de lo exacedron, conciosiaché al moto niuna figura abia bisogno de magior violenza: e infra tutti li elementi, che si trova più fissa, constante e ferma che la terra?”

Il fuoco è correlato al tetraedro (dal 28 agosto in piazza Stazione), poiché il fuoco sale verso l’alto come una piramide: “e quella del tetracedron la dette a lo elemento fuoco, peroché volando in su causa la forma piramidale.”
All’aria è associato l’ottaedro (dal 13 settembre nel Chiostro grande in Santa Maria Novella), perchè questo solido ben coglie l’abilità dell’aria di diffondersi in alto e in basso:
“la forma de l’octocedron l’atribuì a l’aere, peroché sì commo l’aere a un piccol movimento sequitael fuoco, così la forma dello 8 basi sequita per la abilità al moto la forma de la piramide.“


 Al dodecaedro (già presente in piazza Signoria) è infine associata la quintessenza:
“e la forma del 12 basi pentagoneatribuì al cielo, si commo a quello che è ricettaculo de tutte le cose: questo duodecedronel simile fiaricettaculo e albergo de tutti gli altri 4 corpi regulari.”
Nel Manoscritto M, al foglio 80v, Leonardo disegna in sequenza i cinque poliedri regolari indicando il numero delle loro facce e i loro nomi traslitterati dal greco.

I solidi regolari si offrono così ancora oggi come simboli non solo di armonia e di perfezione formale ma anche della complessità e del mistero dell’universo e, quindi, della nostra conoscenza:
“Nissuna umana investigazione si pòdimandare vera scienzia, se essa non passa per le matematiche dimostrazioni. E se tu dirai che le scienze, che principiano e finiscano nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si niega per molte ragioni; e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienzia, sanza la quale nulla dà di sé certezza.”
(Cod. Urb.Lat. 1270, f.1v)








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