martes, 7 de agosto de 2018

CONCERTO DIRETTO DA RICCARDO MUTI A NORCIA


L'Orchestra Cherubini per Omaggio all'Umbria
Milleduecentonovanta posti a sedere, tutti occupati, più decine di ascoltatori appoggiati alle pareti delle case che ancora sono in piedi, tra la fortezza della Castellina e le armature che sorreggono la basilica di san Benedetto.


  Procedure  di ingresso con carte di identità e varchi di controllo: i biglietti che non ci sono, arrivano, non arrivano, li stanno ancora stampando. Molti anziani in piedi per più di un’ora. Alcuni ne approfittano per prendersi il gelato, con gioia dell’esercente.

Ma ieri sera, al tramonto, alla fine eravamo tutti  in piazza per l’accensione delle luci del palco: alle ventuno in punto è cominciata la diretta televisiva e probabilmente le parole del sindaco Nicola Alemanno  sono volate per tutta Italia.

Si ricomincia da qui, stasera, ha arringato il primo cittadino- appellandosi all’orgoglio, alla dignità e alla pazienza delle genti nursine.

 Ha indicato a tutti la maestosa gru che alza le sue antenne sopra la basilica. E’ il simbolo di chi, concretamente, ovvero Brunello Cucinelli, ha offerto il suo  aiuto tra i primi.  Dietro di lui si sono intanto schierati i ragazzi dell’orchestra giovanile Cherubini e i cantori del coro Costanzo Porta che seguono Riccardo Muti nell’impresa nursina: e qui il ringraziamento al Ravenna festival e al sovrintendente De Rosa che già un anno fa aprirono le braccia alla proposta di creare questa considerevole  iniziativa di attenzione e di solidarietà che non ha eguali nelle zone martoriate dal terremoto. Anche se poi la vista delle abitazioni puntellate e scrostate fa capire che lo stato dei lavori di ripristino è ancora al pied arm.

E c’è un ultimo accenno  a un ragazzo nursino, Giorgio Baccifava, presente tra gli strumentisti della Cherubini: un motivo di orgoglio in più.

Visto che il concerto che vede Muti presenza eccezionale nella città del santo, è un’operazione di Omaggio all’Umbria, è d’obbligo offrire il microfono a Laura Musella, la sovrintendente del festival che ha organizzato con reticolare pazienza la manifestazione.

La sempreverde dama fulginate ha appena il tempo di ringraziare i suoi sponsor, in particolare la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e il Gal-Valle umbra e Sibillini.  Non senza lanciare un saluto e una parola di gratitudine a Gianni Letta, presente in piazza tra le autorità, l’intramontabile personaggio della grande politica italiana, che di Omaggio all’Umbria ha propiziato la nascita e lo sviluppo.

Entra Riccardo Muti, il Savonarola della musica italiana, musicista che impersona nel mondo l’eccellenza dell’arte italiana. E lo fa con un rigore ascetico che non ha conosciuto flessioni, una dedizione al dovere che sa di sacrificio, una assoluta sobrietà di atteggiamenti e un costante richiamo al senso etico della musica. L’orchestra che risponderà ai suoi cenni, la Cherubini è una delle sue creature predilette: formazione a progetto, da lui allevata con umanità e dignità, giovani selezionati in tutto il paese che suonano insieme per crescere a crearsi una professionalità da spendere ovunque. Nella speranza, poi, di trovarsi anche un lavoro retribuito.

Inizia il concerto, che  è un rigoroso percorso all’interno della partitura del Macbeth, opera fiorentina che scaturì dalle mani di un figlio di contadini come era Verdi, un ragazzo della bassa-padana che volle imbrigliare il macabro gotico di Shakespeare come solo Wells e Polanski seppero fare più di un secolo dopo.

Muti predilige questa partitura che era amatissima anche dal suo autore. Negli anni ’70, ancora esordiente, ci costruì la sua fortuna fiorentina e oggi, ultrasettantenne, ci ritorna sopra per meditare ancora quel suo senso morale, quella sua oscurità di passioni che scorrono con una tinteggiatura musicale fosca e senza concessioni.

Per il pubblico, accarezzato da un venticello che si è fatto progressivamente più tagliente, si è trattato di un’ora e mezzo di pezzi, di arie e di cori scelti tra quelli più riflessivi, con l’eliminazione del coro delle streghe e della scena delle apparizioni.

Partenza con la scena dei vaticini, con il Macbeth di Serban Vasile e il Banqo di Riccardo Zanellato, due voci dalle risonanze policrome, assecondate e ben guidate da una  rete di microfoni che consentivano loro di vincere la sordità della piazza. A seguire una fantastica Vittoria Yeo, una Lady Macbeth di prorompente impeto vocale, sorretto da una intensa capacità di modulare le emissioni con eleganza preziosa. Finale del primo atto, con tutti gli occhi sollevati a guardare la basilica ingabbiata e la torre campanaria devastata: è l’orrore per l’omicidio del re, è la catastrofe, è il rivolgimento della terra, è l’irrompere delle forse sotterranee nell’ordine fragile del mondo. Il coro si comporta al suo meglio, per ritrovare la sua trama acustica completamente stravolta dal successivo “Patria oppressa”. Il coro dei profughi scozzesi è emblematico di cosa Verdi seppe fare del Risorgimento, inserendolo in  ogni opera lo potesse attualizzare. Muti, come prevedibile ha colto in questa pagina centrale dell’opera il senso di desolazione  con cui il male sa devastare il  mondo degli umani.

Vittoria Yeo ha poi ritrovato la sua interessante vocalità nella scena del suo delirio, la celebre scena del sonnambulismo, psicanalitico confessione del regicidio. Speculare, nelle sottomissione a una colpa indelebile, l’aria di Macbeth “Pietà rispetto, amore,” ancora nella voce pastosa di Vasile. Poi, dopo l’aria di Macduff, cantata da Giuseppe Distefano,  il gran finale dell’atto IV, con coro, grancassa e piatti: che però è poca cosa davanti a quella confessione dell’ empio re scozzese che enuncia la vera, inconfessabile verità dell’impianto del Macbeth, la inanità della vita e la sua incomprensibile inutilità: il protagonista la definisce “sogno di un povero idiota”.

Asciuttezza pitagorica nella direzione di Muti, con una concertazione che è tutta un gesto di affetto verso i suoi ragazzi della Cherubini. E in qualche fremito degli archi c’è la sua mano sapiente. L’orchestra risponde con perfetta scansione, riconoscibile anche al disotto dell’alone dell’amplificazione.

Poi,  a piazza tutta in piedi, Muti afferra il microfono e con quel suo inconfondibile e simpaticissimo idioma apulo-napoletano si spenda in una concione che ha dei tratti di godibile veridicità e accenti di una polemica che oggi è di difficile soluzione. Parliamo della prima parte: un aneddoto del grande pianista russo Sviatoslav Richter, un mito della discografia. Muti, tra i primi grandi solisti che diresse quando ancora era giovanissimo, lo ebbe per prestigioso collaboratore. In una conversazione sul tema quale fosse la città più bella d’ Italia, inopinatamente, quando chiesero a  colui che allora era uno dei più emblematici  rappresentanti della musica dell’impero sovietico quale fosse per lui la città più bella della penisola, rispose Norcia. Parola di Muti e bisogna credergli.

La seconda parte riguarda il futuro dei giovani della Cherubini e in genere del domani di tutti i giovani musicisti italiani. Rivolgendosi alla classe politica Muti invoca un’orchestra per ogni regione, col relativo teatro. La telecamera a questo punto avrebbe dovuto inquadrare i visi di Katiuscia Marini e di Donatella Porzi presenti tra il pubblico. Coi problemi  che ha oggi il nostro paese, questa priorità, di altissimo senso morale, e che lo stesso Muti ha concretizzato nella sua  fondazione ravennate, cade in una situazione economica che è quello che è, e risulta di essere una bellissima, condivisibile utopia.

Ci è piaciuto Muti quando, alla vista di certe papaline purpuree, se l’è presa anche coi vescovi che permetto l’adozione di certe musiche in chiesa. Quando morirò, ha concluso il fantastico Muti, vorrò essere avvolto dalla musica di Palestrina.

Stefano Ragni

http://www.quotidianodellumbria.it/quotidiano/lorchestra-cherubini-omaggio-allumbria/concerto-diretto-da-riccardo-muti-norcia

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